Eraclito di Efeso (e Lara from Comano)

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Di

Gut 2di Libano Zanolari

A soli 25 anni Lara Gut ha vinto una coppa del mondo e, nei rapporti con il resto dell’umanità, ha già fatto tutti gli errori possibili: ne consegue che, liquidata la pendenza (gli errori fanno crescere le persone intelligenti), acquisita l’esperienza tecnica e agonistica necessaria per preparare almeno tre discipline su quattro (senza dimenticare la combinata) il raccolto è ben lungi dall’essere terminato. Sia per il talento naturale che per il carattere del genietto di Comano: sul termine, spiace per gli invidiosi, non ci piove. Diamo a Cesare quel che è di Cesare e a Lara quel che è di Lara, una specie di ghiotta “amanita cesarea” (il pregiatissimo ovulo) spuntata fuori stagione e per di più non in simbiosi naturale (quercia o castagno) ma sotto frassino/betulla o addirittura vitigno.

A questo punto Lara ha un solo nemico, che peraltro, in parte almeno, sembra già aver vinto. Un nemico subdolo al punto che Eraclito, il primo ad averlo individuato, definiva più pericoloso del fuoco: sosteneva anzi il filosofo greco, che un’intera città andata a fuoco era male minore rispetto ai cittadini colpiti dal terribile virus. “Hybris” – che la civiltà cristiana ha tradotto con “superbia”, e quella greco-classica con “eccesso,” dismisura”, ambizione d’essere come un Nume dell’Olimpo. E qui sta il punto: perché i vincitori, olimpici, devono per forza avere una fiamma che arde: ma senza uscire dal contenitore. Ci deve essere una misura, peraltro non facile da trovare. E dall’esterno non è facile giudicare. Lara che fa irruzione nell’ufficio del boss, il tedesco Dirk Beisel, per questioni di moneta nei rapporti fra il suo team privato e gli sponsor della nazionale, è una sindacalista o un’egoista che pensa solo alla sua cassa?

I primi a voler dividere la torta sostenendo che la ricchezza la producevano loro rischiando non poco, furono i discesisti italiani Anzi e Besson, 40 anni fa. Poi Stenmark scappò a Montecarlo per sfuggire al fisco svedese e si mise in proprio, diventando professionista e perdendo in un primo tempo la “verginità” olimpica. Litigare con gli allenatori e i capi non è sempre dimostrazione di arroganza. Il grosso errore fatto dalla giovane Lara, di testa sua o mal consigliata, è stato quello di puntare il nemico come i tori “bravos” dell’altopiano di Ronda. Un altro grosso errore, indotto dal suo status di imprenditrice privata, (all’inizio, molti costi e pochi introiti) è stato quello di non aver capito che per il grande pubblico, quello che tra l’altro compra la patatina (fritta) e il cioccolatino, esiste una squadra rossocrociata. Negli sport individuali in realtà il team è solo una sovrastruttura. Ma non bisogna dirlo troppo ad alta voce, anzi. Nelle stucchevoli interviste ufficiali bisogna fare finta (le donne sono piuttosto brave in questo esercizio) di fare gruppo, magari anche di essere amiche. Se Lara a Sochi si rammarica mortalmente per un errore che le ha fatto perdere l’oro al punto da dimenticare che il bronzo olimpico non è da buttare (e che l’oro l’ha vinto un’altra svizzera!) una correzione in corsa urge. Molto probabilmente già fatta. Da lei stessa. E infine, ma qui forse fa testo un certa maniera (infelice) di essere ticinesi: contestare il terzo posto alle spalle della ginnasta Steingruber e dell’orientista Niggli-Luder, con la tesi delle minoranza romande e italofone discriminate dagli svizzeri tedeschi, è fuori posto. Un vero autogoal, da piagnoni, perché le tre erano equivalenti, i voti potevano spostarsi da una parte o dall’altra, senza suscitare scandalo. Giusto invece attaccare la scelta dello “schwytzerdütsch” come lingua ufficiale, dimostrazione di sciovinismo provinciale.

Lara, dopo una settimana di riposo, riprenderà a lavorare per la prossima stagione nel bel mezzo dei “like-don’t” di chi crede di esercitare un potere con un semplice, superficiale e infantile “click”. Ecco la prossima scelta: “studiare, imparare le lingue, lavorare su se stessi, mangiare tanta mashed maize-flour (“polenta”). Like-don’t?

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