Il Disco della Domenica: Marillion-Misplaced Childhood

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Di

Il Disco della Domenicadi Jacopo Scarinci

Gliene hanno dette di ogni, ai poveri Marillion. Fish è stato accusato tutta la vita di imitare il cantato di Peter Gabriel, al chitarrista è stato sempre rinfacciato di copiare in tutto e per tutto lo stile di Steve Hackett. Insomma, per molti i Marillion non sono stati altro che “i Genesis dei poveri”, i “vorrei ma non posso”, i “non so che fare, faccio questo”. Quanta ingenerosità, soprattutto considerando “Misplaced Childhood”, pubblicato nel 1985 e zenit della loro carriera.

Leggenda vuole – ma l’ha confermato più volte lui stesso – che il soggetto di “Misplaced Childhood” sia stato sviluppato dopo che Fish si era spaccato di LSD immaginandosi una storia incredibile: un poveraccio contemporaneamente perde la fidanzata e si trova il migliore amico morto. Preso da sconforto, depressione e isolamento ricorre alle immagini mentali dell’infanzia per trovare un modo di sopravvivere alla crudeltà del mondo finendo col tornare lui stesso un bambino, col tornare in un ambiente ovattato e protetto. E qui uno dei grandi totem della musica progressive vacilla: il testo è più importante della musica. E anzi, la musica è anche piuttosto semplice. È un pop/rock di vaga impronta progressive che deve tanto, tantissimo ai Genesis (periodo Collins), certo, ma che è un puro accompagnamento al viaggio lisergico di Fish, alla devastazione umana del protagonista, al suo percorso. Nonostante i temi siano pesantissimi, la musica è sempre ariosa, aperta, di facile riproduzione e comprensione, al servizio del cantante e non il contrario.

Marillion_misplacedchildhoodUna regressione verso l’infanzia, il ritorno alla semplicità e al momento in cui tutto è bello, spensierato: è un viaggio che finisce bene quello di Fish, con tappe intermedie di una perfezione artistica e musicale assoluta come la hit “Kayleigh”, “Heart of Lothian” che grida “Genesiiiiiis!” per tutti i suoi 6 minuti ma che ha comunque la sua originalità, “Lavender” che ha uno dei cantati migliori di tutta la carriera di Fish, “Blind Curve” che sembra uscita da “Duke” (Genesis, 1980) ma che, esattamente come “Heart of Lothian”, conferma che i Marillion non sono mai stati i “Genesis dei poveri”, bensì innovatori del progressive.

E come ogni viaggio lisergico, la conclusione è un delirio catartico e paralizzante. Il protagonista finalmente si riconosce come il bambino che era, e che è sempre stato. Solo la direzione era persa, e ora che l’ha trovata sa che non c’è fine all’infanzia, eterna coperta di Linus unica autodifesa nei confronti del mondo. Concludendo, con la finale “White Feather”, che non ci sono bandiere, non c’è politica, non c’è nazione ma c’è solo l’importanza del cuore. Che bella la vita dei bambini.

Un gran bel disco, “Misplaced Childhood”. Per la delicatezza con cui vengono trattati argomenti come la morte, la vita, l’infanzia e l’introspezione, per la nuova direzione che hanno fatto prendere al progressive e perché, nonostante la critica non sempre benevola nei loro confronti, è un’incredibile e coloratissimo viaggio in musica.

Ascoltalo qui: https://www.youtube.com/watch?v=CyjTnnMQtYE

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