Il tramonto del socialismo yankee

Di

Sandersdi Jacopo Scarinci

Il super tuesday ha posto fine al poetico sogno di un socialismo formato yankee portato avanti dall’ormai mitico Bernie Sanders. Il socialista oh yeah è rimbalzato contro il muro finanziario e organizzativo di Hillary Clinton, certo, ma anche contro i limiti della sua stessa proposta.

Innanzitutto i famosi Stati del sud, quelli dove l’elettorato democratico è per quasi il 50% composto da persone di colore, gli hanno voltato le spalle in maniera molto più netta del previsto. Inoltre, Sanders non è riuscito ad ampliare il consenso che finora si è sempre limitato ai giovani, a qualche star tendente al fighetto, a un po’ di classe media e a pochi altri disposti a fare un salto nel buio credendo a una rivoluzione politica a Washington. Il messaggio quasi messianico di Sanders ha sfondato più negli editoriali dei giornali che nelle primarie democratiche. Perché?

Intanto perché, siamo franchi, non ha mai avuto neanche mezza chance di competere con una macchina da guerra che ha in parte goduto dell’organizzazione di otto anni fa quando fu sconfitta da Obama e in parte piace anche perché, dopo la sconfitta a quelle primarie, Hillary Clinton ha iniziato una marcia di opportunistico avvicinamento al Presidente. Fino a dire in questa campagna elettorale che, davanti al rivoluzionario del Vermont, lei sarà la prosecuzione naturale dei due mandati di Obama. “Prosecuzione naturale”, è racchiusa in queste due parole la vittoria di Hillary e la legnata presa da Sanders.

Quella del socialista oh yeah era una proposta fallimentare fin dall’inizio, ma ha vissuto comunque qualche mese di infatuazione collettiva grazie all’arroganza della Clinton e alle prime pagine guadagnate dal senatore grazie alla sua proposta fuori dalle righe e talmente poco “americana” da far incuriosire i media di mezzo mondo. Solo che poi l’infatuazione è finita, e la politica è tornata a farla da padrona.

E se dici “politica”, nei Democratici, dici “famiglia Clinton”.

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