La dignità di Moussa

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Di

Africano Moussadi Angela Marchisio

Ogni tanto, la notte, interrogo me stessa. Se non so rispondermi, mi dispiaccio della mia pochezza. A volte, così, mi alzo e studio un po’. Questa notte ad esempio mi sono chiesta una definizione della parola “dignità” e non avendo saputo rispondere esaurientemente… mi sono alzata.

Dal dizionario Zanichelli. Dignità: “Condizione di nobiltà morale in cui l’uomo è posto dal suo grado, dalle sue intrinseche qualità, dalla sua stessa natura di uomo, e insieme il rispetto che per tale condizione gli è dovuto e ch’egli deve a sé stesso”

Moussa viene dal Mali. Non mi è possibile sapere molto di lui, perché il suo francese è limitato. Però le sue mani da contadino parlano per lui, le unghie rotte raccontano la strada che ha fatto, i suoi piedi grandi e selvatici fanno pensare a dinastie di agricoltori cresciuti in case di terra, campi faticosi, scuole inesistenti e strade polverose. Moussa è sobrio, lento, riflessivo. Moussa non ha il cellulare, non conosce Facebook, non chatta. Moussa non scrive. Moussa non legge. Moussa ha occhi che a volte si spengono.

Moussa viene a scuola tutte le mattine. Arriva puntuale, si siede al suo posto e apre un quaderno a quadretti sulle cui pagine la matita ha tracciato segni che non possono che definitisi “faticosi”. Ebbene sì, Moussa fa fatica: a riconoscere le vocali, a comprendere il misterioso meccanismo della lettura, a distinguere tra IO e TU, a ricordare “Io sono maliano”. I progressi di Moussa sono pochi, lasciano pezzi sul terreno, si comportano come i gamberi che avanzano ed arretrano, sono capricciosi e volubili come riccioli di adolescenti, spariscono la notte come fanno i sogni. Ogni mattina inizia una nuova battaglia con le vocali e un nuovo scontro con le sillabe.

Moussa, però, non molla. Lento, imperscrutabile, quasi impermeabile lui ogni mattina apre la porta della scuola e prova ad imparare. Credo che andare a scuola gli piaccia da morire. Credo che in cuor suo si diverta a fare quello che avrebbe voluto fare da bimbo invece di andare nei campi: andare a scuola. Credo che Moussa intenda approfittare di questa occasione e che, senza se e senza ma, Moussa non perderà questa chance: imparerà a scrivere. Oh, sì, ci riuscirà, ve lo assicuro. Ci riuscirà malgrado l’atavica lontananza da ogni scuola, malgrado le strade sterrate, i campi faticosi, le case di terra, l’acqua assente, la fatica, la povertà, il destino. Ecco, così: Moussa ce la farà, nonostante il destino gli abbia messo parecchi ostacoli tra i piedi.
Moussa in classe è felice… alla maniera di Moussa, ovviamente: senza troppe smancerie e badando al sodo, cioè imparando a scrivere. Però che è felice si vede. Perché sul suo viso nero, dentro quegli occhi neri, ci sono bagliori d’allegria e scintille di bellezza ogni volta che percepisce d’aver imparato qualche cosa. Ma è quando sbaglia una vocale o a riconoscere una sillaba, è allora e sopra ogni altra cosa che il viso tutto di Moussa abbaglia… abbaglia per la dignità che esprime. Moussa è l’immagine della dignità. Quando sbaglia, quando gli altri ridacchiano, quando le cose sono difficili Moussa mi guarda con i suoi occhi buoni e sembra dirmi: “Lascia perder queste stolte risate, abbi fiducia in me, non ti curar di loro, io imparerò”. Non ci sono incrinature sul suo viso, non si restringono le spalle, non si piega il collo, non si abbassano gli occhi. No, niente di tutto ciò. Moussa rimane saldo sui suoi piedi selvatici e grandi, rimane forte nel suo proposito, ricorda l’impegno che con se stesso ha preso, rinnova il voto che s’è fatto, impugna la sua spada/matita e riprende a tracciare delle A.

Ecco a cosa pensavo questa notte. Pensavo a Moussa e pensavo alla dignità. Pensavo che Moussa e la dignità sono la stessa cosa.

Dignità: “Condizione di nobiltà morale in cui l’uomo è posto dal suo grado, dalle sue intrinseche qualità, dalla sua stessa natura di uomo, e insieme il rispetto che per tale condizione gli è dovuto e ch’egli deve a sé stesso”. Ogni casa, ogni scuola, ogni classe, ogni famiglia dovrebbe avere un dizionario e ogni tanto, che sia notte o che sia mattina, dovremmo sfogliarlo alla ricerca di qualcosa di bello. Perché la vita è piena di cose belle, di persone belle e di parole belle.

Peccato non vederle, che dite?

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