Maxim Lapierre, o l’elogio dei provocatori

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Di

lapierredi Jacopo Scarinci

L’idea romantica di Pierre de Coubertin, certo. I valori, gli insegnamenti, il confronto e il misurarsi con la sconfitta, sì, altrettanto. Ma lo sport è anche furbizia, mestiere, provocazione. Ce ne stiamo accorgendo anche in Ticino, da quando alla Resega è atterrato il canadese Maxim Lapierre, conquistando molti cuori. Soprattutto quelli più rudi e con meno attitudine al melodramma.

Il repertorio è vasto. Dai provocatori “Let’s go” prima di un ingaggio alla bagarre col malcapitato biancoblù Zgraggen nell’ultimo derby stagionale, passando attraverso sorrisini, spinte, turpiloquio. Il tutto montato su un fisico fatto apposta per far rissa. Avere in squadra un tipetto così nell’arco dei 60 minuti equivale ad avere un Klasen o un Brunner per la fase realizzativa, perché risulta ugualmente decisivo. Prendiamo la serie contro lo Zugo: dopo due partite vinte dopo discrete battaglie, la svolta è arrivata in gara 3 quando alla Bossard Arena il “mite” Lapierre ha procurato col suo stile non proprio da educanda penalità avversarie poi concretizzate e scatti di nervi che hanno compromesso gara e serie della squadra di Kreis. Idem ieri sera a Ginevra, nella prima gara delle semifinali: il provocatore è quello che porta a casa il successo (Lapierre), i rissaioli (Slater e Rod) a casa portano solo squalifiche. Differenza sottile, ma non da poco.

Questo è Lapierre: gioco sporco, botte, provocazioni. Ed è anche con gente così che le squadre compiono il salto di qualità. Per fortuna, sennò sai che palle.

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