Una volta ci guardavamo negli occhi

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Di

sexy bibliotecariadi Polluce

È un mondo distopico questo Ticino, ormai va tutto alla rovescia. Le banche se ne vanno, la moda se ne va, la gente se ne va. Pensate che si ha così tanta voglia di scappare da questo infausto smoccolo di terra, che un buco solo nel Gottardo non basta più. La mattina, spremo un espresso e un succhino d’albicocca ed esco in strade che non mi appartengono più. Che sadness. Gente che si sevizia su ogni Tilo. Mi sembra di essere nella Venezia disegnata da Shakespeare, dove il moro Otello è arrivato con il suo carico di lussuria a ingravidarne le donne, ma soprattutto a ingropparne le menti. È un morbo che non ci dà scampo, che non risparmia più nessuno. Vedo sesso depresso in ogni dove. Giusto ieri ho letto di un lucernese che ha infilato un braccio, fin che c’entrava, nel di dietro di una mucca. Aveva una tale voglia di fiorentina che l’ha sventrata col fisting.

Cazzo, ma come gli viene in mente? Poi la risposta è lì. Chiara e limpida a caratteri cubitali sul giornale: nelle biblioteche delle scuole medie girano i porno. I porno? Eh sì. Pare che negli angoli più fumosi di quei postacci siano apparsi i volumi della collana After. Le frustrazioni e le perversioni di un’adolescente americana riversate su carta. Grande letteratura, di cui una sola frase può esserne esempio della forza sovversiva: “Sussulto di piacere quando le sue dita si fanno strada in me”. Orca! Prima la storia delle religioni, poi l’educazione sessuale, ora anche l’educazione lussuriosa. Qualcuno difenda i nostri giovani, vi prego. Sprangate le biblioteche. Teneteli fuori. Bruciamo tutti i libri. Fortuna che è arrivata la deputata Guscio, dal nome chiaramente indicativo dell’impenetrabile purezza, che con un’interrogazione chiede più o meno l’autodafé dei bibliotecari perversi. Grazie Lelia.

Che mondo è diventato questo Ticino? Perché sapete, quando avevo tredici anni io… Ah no, cazzo! Quando avevo tredici anni io avevo un tremor mani che neanche un saluto tra Mohammed Ali e Michael J. Fox. Quando avevo tredici anni io, ho consumato la vhs dell’aerobica di mia madre, mandando avanti e indietro la Jane Fonda che mi dava il ritmo a colpi d’anca ansimando: one two three fo fai six seven eight. Un orecchio alla porta che non ritornasse nessuno, e via scottex e nivea sul divano. One two three fo fai six seven eight. Che bella l’aerobica, ho imparato a contare in inglese. Quando avevo tredici anni io era bello ricevere la posta. Non ricevevo mai fatture, ma a febbraio arrivava il nuovo Jelmoli e one two three fo fai six seven eight. Poi a marzo arrivava l’Ackermann. Che era anche meglio, perché vendevano i reggiseni senza la coppa. One two three fo fai six seven eight. Poi ho scoperto Stephen King che mi ha costretto a leggere le mille pagine di It pur di arrivare alla scena in cui un branco di undicenni si bombava una compagna per sconfiggere un clown malefico: one two three fo fai six seven eight. Poi l’epifania dei classici, De Sade, con le sue ninfette prigioniere ai servigi delle mazze di lugubri anziani: one two three fo fai six seven eight. Poi, il pomeriggio c’era Non è la Rai. One two three fo fai six seven eight. E la sera Colpo Grosso. One two three fo fai six seven eight.

Alla fine è arrivato internet. E quando avevo tredici anni io la connessione era a 56k. Con il suo suono evocativo dell’orgasmo già quando il modem componeva il numero. One two three fo fai six seven eight. Ci metteva un attimo eh, altro che buffering. Ma poi partiva. E via a cercare qualche foto. Non bastava scrivere porno su Google. Dovevi smanettare un po’ di più. One two three fo fai six seven eight. Ma poi ci arrivavi. I siti non avevano le anteprime, le foto erano elencate solo con una lista di numeri. One two three fo fai six seven eight. Serviva quel pizzico di fortuna per beccare quella giusta. One? Two? Three? Fo? Fai? Six? Seven? O eight? Ma poi ti andava bene. Cliccavi e iniziava a caricare. La foto iniziava ad apparire dall’alto. Una striscia alla volta, come se avessi una stampante dentro lo schermo. One two three fo fai six seven eight. La frangetta. One two three. La fronte. Fo fai six. Le sopracciglia. Seven eight. E gli occhi. Oh, gli occhi delle pornostar anni Ottanta. Cosa non mi hanno regalato quegli occhi.

Perché è proprio così, una volta eravamo più puri. Una volta ci guardavamo negli occhi, perché non ce l’ho mai fatta ad aspettare che caricassero le tette.

(Courtesy Diavolo 2016)

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