Addio a Prince, più fenomeno sociale che star

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Di

Princedi Reto Scheinenberger

Prince è stato più un fenomeno sociale che una star. Parlando della pura arte, la musica, oltre “Purple Rain” – e correva l’anno 1984 – non c’è stato molto nella sua carriera. Si è dato anche al cinema, Prince, e stesso discorso: oltre “Purple Rain” poco e niente, conteggiando anche l’incetta di Razzie Award (premi per i film peggiori dell’anno) ottenuta dal terrificante “Under a Cherry Moon” del 1986. Eppure è stato un simbolo e ha contribuito non poco a creare quelli che sono normalmente detti “anni ‘80”. Perché?

Perché più di altri, pari solo a Micheal Jackson e Madonna, ha capito dove stavano andando i gusti del pubblico. E dal niente, non correggendo in corsa come i Genesis. Prince è nato come prodotto per il pubblico: volete questo? Eccolo! Tanto sesso nei testi delle canzoni, per seguire l’onda di libertà dei costumi degli anni ’80. Incredibile mélange di generi musicali fino a che lui stesso non c’ha capito più niente. Ha più volte cambiato nome, sempre per tenere alta l’attenzione. Ha polemizzato con Madonna dicendo che gli altri facevano il lavoro sporco e lei incassava sempre di più da dischi e concerti. Un fenomeno sociale, appunto.

Ma soprattutto se tanti cinquantenni ancora oggi sanno a memoria “Purple Rain” è perché quando entri nella quotidianità con la sua dirompenza vuol dire che lo scopo prefissato è stato raggiunto. Non ha mai voluto fare alta musica, roba di classe o chissà quanto ricercata. Si è inserito in un meccanismo, ne è stato brillantemente parte, e ha sempre venduto meno di Micheal Jackson, suo eterno “rivale”.

Ha contribuito a segnare un’epoca, ed è per questo che oggi bisogna levarsi il cappello e ringraziarlo. Lo faccio anche io, che non sono mai stato suo fan.

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