Di moralismo si muore

Di

Adolescente ragazzodi Jacopo Scarinci

Il Pesce d’Aprile dei media è tradizione consolidata e simpatica: chi lo fa ironico, chi lo fa a doppio taglio, chi cinico, chi ancora di difficile interpretazione. L’obiettivo è far cascare chi legge. Cosa che è totalmente riuscita a fare La Stampa di oggi.

Il suo Pesce d’Aprile, infatti, è stato la notizia di un preside di una scuola di Torino che ha vietato a studentesse e studenti di andare a scuola con le caviglie scoperte. Pena? Sospensione o espulsione. A corredo della notizia, falsa intervista al falso preside definito “talebano” dai suoi falsi studenti. Il problema, qui, non è che ci si è cascati perché trattasi di uno scherzo ben fatto, ma perché è una notizia che si potrebbe trovare benissimo sulle prime pagine dei quotidiani di tutta Europa. Non è stato un Pesce d’Aprile, bensì il perfetto ritratto di ciò che siamo diventati: asserviti.

Se leggiamo che un preside vieta un certo abbigliamento nella sua scuola, non pensiamo a uno scherzo: pensiamo che sia normalità. Pensiamo che se nella libertaria Amsterdam di cui abbiamo già scritto delle dipendenti comunali sono obbligate a un dress code castigato e puritano, può succedere ovunque. Per motivi religiosi e/o moralistici noi la nostra libertà non sappiamo più cosa sia e di conseguenza non sappiamo neanche più come difenderla. Ormai è tutto normale: dire alle donne di non mettere minigonne, dire ai ragazzi come vestirsi, dire alla gente cosa pensare, dare degli assassini a chi mangia carne. C’è sempre qualcuno più puro e migliore di te pronto a farti la lezioncina e spiegarti che ti vesti male, mangi male, vivi male e che devi fare come lui. In nome di cosa, poi, non si sa.

Il risultato del moralismo a tutti i costi è sotto i nostri occhi: non riusciamo più a scandalizzarci per una nostra libertà che viene lesa. E, soprattutto, non riusciamo più a capire se una notizia del genere sia vera o no.

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