I bambini di Chernobyl in Ticino

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Di

bambini ucrainadella Redazione

Chernobyl è per i più giovani ormai quasi una leggenda, una storia che si perde nelle pianure dell’Ucraina. Il disastro della centrale nucleare oggi compie gli anni, e sono 30. Alessia ha una storia particolare da raccontarci.

Abbiamo deciso di raccontare storie, e la sua è una bella storia. La storia di chi fa qualcosa, la storia del popolo che reagisce invece di stare a guardare. La sua famiglia ha accolto, due anni fa, dei bambini ucraini della zona di Chernobyl.

Dunque Alessia. Prima di tutto, come è maturata in famiglia questa scelta?

La scelta è maturata dalle esperienze di mio nonno che da giovane fece un viaggio in quella che era l’Unione Sovietica. Vide l’Ucraina e rimase colpito dalla bellezza di quella terra, dalla solarità della sua gente che comunque viveva sotto una dittatura. Strinse molte amicizie, e questa cosa lasciò un segno indelebile nella sua vita e la trasmise ai suoi famigliari. Mio nonno è venuto a mancare 6 anni fa, penso che sia stata questa sua esperienza a spingerci a voler fare qualcosa, anche perché, dopo la tragedia della centrale nucleare, il nonno a mia mamma diceva sempre: povera gente, dalla carestia voluta da Stalin che uccise vecchi e bambini, alla barbarie nazista che gli comprò anche l’anima, dalla Russia che li usava come carne da macello durante la Seconda guerra mondiale, sono pure finiti in una zona radioattiva per una centrale voluta dai russi. Gli ultimi fatti dei disordini in Ucraina ci fecero pensare alle parole di mio nonno e quindi a volere ospitare chi ne aveva bisogno.

E com’è è stato il primo impatto coi nuovi ospiti?

Un po’ a causa dei racconti di mio nonno il primo impatto è stato di profonda curiosità, ero molto immatura all’epoca, non potevo ancora capire profondamente cosa avessero passato, e da quale situazione politica arrivassero. Era un rapporto tra ragazzi e mi colpì molto come apprezzassero il nostro cibo, in particolare la carne e il fatto di averne in abbondanza. Mi ricordo che, i primi giorni, tagliavano le fette di prosciutto a metà, come se mangiarne un pezzo intero fosse troppo. Cose per me scontate per loro erano un lusso, e non sto parlando di motorini, biciclette, vestiti o videogiochi, ma di cibo. Un’altra cosa che ho notato quanto fossero attaccati alla televisione, ai loro occhi appariva come qualcosa di magico.

Ce li descrivi? Ci racconti le tue percezioni di ragazza giovane nei confronti di questi bambini?

Inizialmente per il fatto che erano posti al centro dell’attenzione da parte di noi tutti si sentivano molto a disagio e manifestavano timidezza e talvolta paura, soprattutto verso il bambino più grande. Successivamente questa timidezza si “trasformò” in una sorta di curiosità, curiosità di scoprire una cultura nuova. Boris era il maggiore e Misha il più piccolino e furbo. Il loro arrivo mi ha riempito il cuore di gioia, mai avrei pensato che dare affetto a due bambini sofferenti mi potesse dare un emozione del genere. Mi sono immedesimata come una sorta di mamma, avevo grosse responsabilità sulle spalle, da lì ho capito quanto può amare una madre il proprio figlio.

Cos’è stata per loro la permanenza in Ticino?

Una finestra sul mondo, credo abbiano visto cosa voglia dire avere tutto, ma proprio tutto e non essere mai contenti di niente, e questo è stato un forte impatto più per me che per loro.

Cosa ti ha colpito di più?

Come vi ho già detto, dico che mi ha colpito il loro osservarci… avevano uno sguardo che era come se ci dicesse: ma come? Avete tutto e non siete mai contenti?

È stato difficile gestire degli sconosciuti che non parlavano la nostra lingua?

In Ucraina la lingua ufficiale è l’ucraino, che in se è molto simile russo ma con qualche differenza legata al lessico e ai sostantivi. Del russo qualcosa conosco, visto che lo studio. Cercavo comunque di arrangiarmi io, visto che nessuno della mia famiglia conosce il russo: molto spesso ricorrerevo all’uso del mio manuale di conversazione e bene o male ce la facevamo.

Lo rifareste? O lo consigliereste ad altre famiglie?

Certo! È stata un’esperienza forte, toccante, che mi ha fatto crescere. Ho imparato ad apprezzare profondamente quello che ho, dalla libertà e a quelle cose che ritenevo scontate. Credo farebbe bene a molti ticinesi che vogliono solo costruire muri ma che non hanno cuore e si lamentano per stupidaggini.

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