Lo scemo del villaggio

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Di

social network 2di Jacopo Scarinci

C’era una volta lo scemo del bar, quel soggetto a metà strada tra il curioso e il paradiso per i sociologi che – di norma dopo qualche bicchiere – si metteva a pontificare sul mondo con la stecca da biliardo in mano o con lo sguardo perso nel vuoto, da novello esistenzialista. Inutile dire che veniva messo a tacere subito. Diceva una stronzata, forse due, e quelli di fianco a lui subito lo invitavano a non rompere le palle, la sua idiozia veniva silenziata e la decenza tornava sovrana. Oggi, con internet, non è più così.

Se prima l’idiozia veniva circoscritta a un bar – toh, alla piazza volendo esagerare – e veniva subito classificata come “delirio di un pazzo”, adesso il pazzo si crede Zarathustra che scende dal monte e spiega quale sia la verità. E non lo fa in un bar o in piazza, lo fa sui blog, sui social network. Legge un articolo, legge un post e sente il bisogno irrefrenabile di dire la sua. Su qualunque argomento, dalla politica alla fisica quantistica, si carica la responsabilità di offrire il suo parere a gente cui – fondamentalmente – non gliene potrebbe fregare di meno.

Innanzitutto per condurre in porto questo eminente progetto – cioè illuminare le masse stolte – bisogna avere un sacco di tempo libero nella giornata e un’autostima talmente massacrata dagli eventi della vita da trovare sollievo nello sfogo sulla rete. Ed è triste, perché se ai tempi del bar la vaccata detta con sicumera poteva essere figlia del boccalino o della troppa birra ora no. Ora è figlia di un convincimento che viene letto e ripreso da altri dementi (il web ne ospita in grande quantità) che con altrettanto senso del dovere ammorbano l’utente possessore di una conoscenza perlomeno media del mondo e delle cose.

A piccole dosi, va detto, fanno ridere. C’è il simpaticone che crea ad hoc un profilo fake per sparare le sue cretinate, chi usa pseudonimi oltre ogni immaginazione, chi ci mette la faccia e si crede il nuovo editorialista del Guardian: la varietà non manca mai. Gente talmente sola ed esasperata da usare il web come sfogatoio di ansie, frustrazioni, tristezze.

Ed è quando si realizza questo che l’incazzo nel leggerli diventa latina pietas. E in quel bar dei tempi andati, a bere un boccalino, vorresti quasi invitarli. Anche solo per chiedere qualcosa sulla loro vita.

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