Luca Maciacchini, un artigiano del palcoscenico

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Di

maciacchini lucadella Redazione

Luca Maciacchini, artista insubrico, scorrazza qua e la per il Ticino e la Lombardia proponendo le sue canzoni, le sue performances, sé stesso a tutto tondo. Un umile ma poliedrico signore dello spettacolo, che ha fatto anche del dialetto un suo modo di porsi e di esprimersi al pubblico.

Luca Maciacchini, eclettico, apocalittico, sinottico e…? Descriviti in breve!

Di solito io mi definisco un artigiano tenace e irrequieto. Ho sempre avuto l’istinto (più che la passione) della musica e del teatro, e da qui sono partito per esplorare quanto di esplorabile c’è in me e fuori di me. Dagli studi di arte drammatica e al conservatorio poi ho usato queste “armi” per continuamente mettermi in gioco e affrontare sempre nuove sfide, sia di stile che argomentative. Dal Varesotto, dove sono nato e risiedo, ho percorso almeno metà Stivale e da qualche anno sono approdato anche in Svizzera, dove ho trovato terreno molto fertile per le mie “storie” di menestrello. Soprattutto in Canton Ticino, ormai, sono pressoché di casa, viste le continue richieste di miei spettacoli prevalentemente, nel vostro caso, in lingua dialettale. Non è un problema, visto che il mio dialetto è simile al vostro.

Dunque “vün di noss”. Luca, la tua canzone sui frontalieri ti chiama in causa, anche perché volente o nolente appartieni alla categoria. È cambiato qualcosa negli ultimi anni nei rapporti tra Ticino e lavoratori lombardi?

Difficile dirlo. Ho uno zio che per anni ha lavorato come frontaliere in una nota azienda ticinese e non ha mai lasciato trapelare particolari problematiche di razzismo o subalternità dovute alla geografia. Vero è, d’altra parte, che la sensazione è che certi sentimenti covano sempre subdolamente nell’animo e non sempre emergono nella loro interezza e allo stesso modo in ogni epoca. Non a caso i successi della vostra Lega sono iniziati negli anni ’90, quando forse l’economia ha iniziato a far sentire un certo contraccolpo che ha cominciato gradualmente a smentire il mito della Svizzera come paradiso per i lavoratori. Detto in breve, quando le cose vanno bene poco importa di quanti stranieri ci sono, quando le cose vanno male è urgente trovare un capro espiatorio e ci si precipita su quello più indifeso. Non chi movimenta i grandi capitali, ma magari lavoratori che per migliorare la propria situazione accettano condizioni di sfruttamento. E questo vale anche per noi in Italia, e anche altrove. Io, però, mi ritengo un frontaliere atipico.

Cioè? Un Bussenghi anche tu?

Io sono molto richiesto per quello che propongo. Il mio, è un genere, anzi, un modo di porsi piuttosto raro. Addirittura, un paio di volte ho lavorato a eventi della Lega dei Ticinesi, che mi ha accolto a braccia aperte pur conoscendo la mia provenienza. Forse sono un raro caso di lavoratore apprezzato in base alla competenza e non alla geografia, chissà!

Eppure “stessa faccia, stessa razza”. Per te è solo una questione finanziaria? O, come dice Luciano Milan Danti della Lega Sud, siamo tutti insubrici?

Purtroppo in queste frasi fatte intravedo un subdolo conformismo che potrebbe rivelarsi un’arma a doppio taglio e che non credo porterà ad alcunché di buono. Finché non si vorrà capire che ognuno è quello che è, e che va valutato per la sua competenza, la sua onestà e, se vogliamo, dalla sua intraprendenza indipendentemente dall’anagrafe resteremo preda di preconcetti che, paradossalmente, si riveleranno funzionali a chi dice di voler cambiare le cose e in realtà fa in modo che resti tutto come è. “Siamo tutti…” cosa? Nel momento in cui certi schemi mentali saltassero… Quante realtà politiche, economiche, finanziare non avrebbero più ragion d’essere?

A prescindere dalla frontiera, è dura fare cabaret al giorno d’oggi? E, soprattutto, ci si vive?

I segreti secondo me sono questi: tenere sempre le orecchie dritte e lo sguardo aperto per notare come cambiano il mondo e le persone; consapevolezza delle proprie doti, ma anche dei propri limiti e lavorare con, ma soprattutto su quelli. E, soprattutto, mai ragionare per categorie. Io, in effetti, non sono un vero e proprio cabarettista, ma agisco come performer. Ciò mi da modo di non essere etichettato in un ruolo che potrebbe poi anche passare di moda (l’ultimo momento d’oro del cabaret è terminato da almeno una quindicina d’anni, e soprattutto il modo di ridere spesso cambia da una zona geografica all’altra). Più che preoccuparsi di far ridere, è forse giusto raccontare quello che colpisce noi cercando una strada personale. Poi, per vivere di questo, è importante cercare, come dicevo, di non mummificarsi in un ruolo magari anche vincente, ma mettersi sempre in discussione. Squadra che vince non è detto che non si debba cambiare.

Mettersi in discussione, osservare…ma è facile cantare e raccontare la vita di tutti i giorni? La realtà supera la fantasia o la fantasia deve farsi strada in un mondo di noia?

Domanda alla Gigi Marzullo, eh?! In realtà posso parlare per come procedo io: è importante aguzzare la vista e l’ingegno per cogliere il particolare inatteso, e su quello lavorare per farlo emergere. Mi spiego: se in una storia d’amore due si lasciano, è così interessante spiegare che “c’eravamo tanto amati e ora chissà cosa è successo in noi” o non, piuttosto, sapere che lei ha lasciato lui perché gli è spuntato un pelo o un brufolo sotto il lobo dell’orecchio destro? Vedete, è questo che a me interessa e credo possa far distinguere per originalità. Poi, ovviamente, c’è modo e modo di elaborare. In questo, negli ultimi anni, ho individuato un grande artista e performer che consiglio di scoprire a chi non lo conoscesse: Antonio Rezza.

Una frase per convincerci che sei un figo da paura.

Non è il genere di frasi che ci si può aspettare da me. Convinti?

Convinti sì, ma hai glissato la domanda. Un umile artigiano davvero!

www.lucamaciacchini.com

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