Ma cos’è, in fondo, una frontiera?

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Di

Frontiera Brennerodi Jacopo Scarinci

In questi giorni – a favor di telecamere, giornali ed elezione presidenziale austriaca – sul versante austriaco della frontiera del Brennero si sta costruendo un futuro posto di polizia per controllare chi arriva dall’Italia. Nonostante lo smantellamento fisico post Schengen, simbolo di un’Europa che ha smesso di farsi la guerra (con le armi) quella frontiera c’è ancora. Ma cos’è, in fondo, una frontiera?

Hanno provato a spiegarlo Remigio Ratti e Martin Schuler ieri sera alla Biblioteca Cantonale di Lugano, parlando ovviamente delle frontiere di casa nostra e delle problematiche del giorno d’oggi: argomento non dei più semplici. Il plurale non è infatti usato per diletto, di frontiere ce n’è di ogni tipo. Possiamo trovare quelle degli Stati nazionali, quelle geopolitiche (basti pensare che Mussolini voleva spingere quella italiana al San Gottardo), quelle delle realtà socio/economiche transfrontaliere e quelle socioculturali, linguistiche, sovranazionali. La nostra con l’Italia qual è? Un po’ tutte, e forse anche per questo il discorso con l’Italia oggi è tanto complicato. Per errori storici del Ticino – dice Schuler –, per incomunicabilità (nonostante la stessa lingua), per l’economia che sempre più governa anche (o soprattutto?) le relazioni politiche tra Stati.

Eppure non ovunque è così. Il professor Schuler ha analizzato 13 zone di cooperazione transfrontaliera tra Svizzera e vicini, mostrando come passando tra l’eccezionale rapporto fra Basilea, Francia e Germania, la questione dell’aeroporto di Zurigo degenerata per “arroganza svizzera e reazione tedesca” e la colonna di frontalieri svizzeri diretti in Liechtenstein ogni mattina, si noti un rapporto tutto sommato buono. Dall’ottimo rapporto di vicinato tra Poschiavo e Valtellina al pacifico rapporto tra Val Monastero e l’Alto Adige – consolidati in anni e anni di storia – si finisce alla questione che preoccupa tutti noi: il rapporto sempre più elettrico tra il Ticino e l’Italia.

La risposta a questa differenza viene dall’analisi finale di Ratti che, prospettando quattro possibili tipi di scenari governativi transfrontalieri, riconosce come tra Ticino e Italia sia preponderante quello dell’arroccamento sulle proprie posizioni, sordi e ciechi alla contingenza, con l’utile proprio come fine ultimo: da una parte si fanno le blacklist, dall’altra si minaccia il blocco dei ristorni dei frontalieri. “Il futuro? Chissà”: questo è quanto. Un comportamento egoistico che porta a non capire come sia la negoziazione a più livelli la via maestra, afferma Ratti: dirsi in faccia quali sono i problemi e – di grazia – risolverli. Non minacciando, non alzando la voce ma capendosi.

Capendosi parlando quella stessa lingua che ci accomuna, smettendo di considerare la zona di frontiera come periferia di Berna da una parte e di Roma dall’altra. In un’epoca dove la solidarietà non fa più presa, l’obiettivo minimo è che il pragmatismo limiti i danni.

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