Papa Francesco, Vescovo di Roma (Prima parte)

Di

Papa Francescodi Fabrizio Eggenschwiler

Un primato fondato sulla falsità

Ciò che mi ha colpito in Papa Francesco, nel momento in cui è apparso per la prima volta in pubblico al balcone di San Pietro, subito dopo l’elezione al soglio pontificio, è stato il fatto che si è presentato come Vescovo di Roma (i romani sono andati a cercare il loro vescovo all’altro capo del mondo…). In effetti, premesso, che, quale agnostico, potrei restare indifferente a questo tipo di problematiche religiose, ritengo che, visto che una parte non trascurabile delle persone crede, valga la pena interessarsene, anche in una cultura tendenzialmente secolarizzata come la nostra.

Bene, il Papa è il vescovo di Roma, questo è il suo primo e indiscutibile attributo. La sua sede naturale, quale vescovo, non è San Pietro, benché questi sarebbe stato il primo vescovo dell’Urbe (per il condizionale rinvio a dopo), ma San Giovanni Battista, chiesa dedicata al santo patrono di Roma. San Giovanni nel medioevo era effettivamente la sede del Papa, oltre che la chiesa più grande e sontuosa di Roma.

È evidente che, se il Papa fosse soltanto il vescovo di Roma, la sua posizione e rispetto agli altri vescovi cattolici, e quella della Chiesa cattolica rispetto alle altre chiese cristiane che non accettano il “magistero petrino”, sarebbero ridimensionate in misura quantitativa e qualitativa.

Un vescovo come gli altri (e una chiesa come le altre) magari più autorevole, per le tradizioni che incarna, per essere il vescovo della città dove furono martirizzati San Pietro e San Paolo. Un vescovo che in caso di disaccordi su questioni dottrinali o pratiche, avrebbe forse l’ultima parola (“Roma locuta, quaestio soluta”: dopo che Roma ha parlato, la questione è risolta), per tradizione, ma niente di più.

Il Papa sarebbe ancora il vicario di Cristo in terra? La Chiesa sarebbe ancora la mediatrice indispensabile tra l’uomo e Dio?

Nel XV secolo l’umanista Lorenzo Valla (1407-1457)accertò e divulgò la falsità della cosiddetta “Donazione di Costantino”, un documento inteso principalmente come fondamento giuridico e storico del potere temporale dei Papi. L’opera del Valla, “De falso credita et ementita donatione Constantini”, è considerata una delle conquiste del Rinascimento nel campo della libertà di pensiero.

La falsità della donazione (“Constitutum Constantini”, decreto di Costantino) fu provata da Valla in base a criteri filologici e storici: il latino del testo non poteva risalire al IV secolo, essendo un tipico latino ecclesiastico medievale; il testo, datato 315, contiene incongruenze ed inesattezze storiche , come la lebbra dalla quale sarebbe stato affetto e miracolosamente guarito Costantino, non risultante da nessun documento della sua epoca; in seguito alla miracolosa guarigione ad opera del Papa Silvestro, Costantino si sarebbe convertito e battezzato, mentre secondo i suoi biografi contemporanei si fece battezzare in punto di morte (337). Infine nel Constitutum, datato, come si è visto, 315, si parla di Costantinopoli, mentre la fondazione della cosiddetta “seconda Roma” (330)è successiva alla data del documento (“terza Roma” è stata definita Mosca, dopo la conquista di Costantinopoli da parte dei turchi ottomani; per questo Ivan il terribile, gran principe di Mosca, prese il titolo di Zar, Cesare).

La falsità della “donazione” non è più messa in discussione, anche se Pio IX si aggrappò con tutte le sue forze a quel che gli rimaneva del potere temporale (Roma e una parte del Lazio). Per annettere Roma all’Italia e farne la sua capitale ci volle un intervento militare con un po’ di morti. E i Savoia furono scomunicati; la scomunica fu revocata al momento della morte di Vittorio Emanuele II.

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