Riflessioni da quattro soldi

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Di

pensierodi Tiz

Vorrei provare ad essere spassionato nel dirlo, a non cadere nel volgare o anche, più semplicemente, ad essere obiettivo e ad apporre motivazioni lucide al mio ragionamento. Vorrei provare a fare uso di razionalità tagliente o provare a dirlo con un poco di irriverente sagacia, ma no; non c’è niente da fare. Il punto è proprio che, nella banale semplicità della cosa: sono stufo marcio della nostra società di piccoli uomini e grandi aziende.

Gli uomini piccoli

Per ogni giorno che passa accumulo esperienze che mi rendono impossibile capire i facili razzismi e gli asti popolari che tanto dilagano alle nostre ricche latitudini. Mi è sempre più difficile accettare che qualcuno veda nel colore della pelle, nella religione, nella cultura o nel paese d’origine un motivo valido di odio. Così come non sono in grado di accettare il cattedratico buonismo di chi ci dice che tutti siamo uguali e meritevoli di amore, degni di seconde opportunità e continuo perdono. Non è forse più plausibile che semplicemente ogni persona nella propria singolarità può essere o non essere una benemerita testa di cazzo e che andrebbe pertanto giudicata in funzione di questo?

Ma tralasciando le xenofobie in generale, ho anche sempre maggiori difficoltà a capire tutti coloro che si limitano a “tirare avanti”, che sopravvivono lavorando perché devono, che mirano a trascinarsi fino al suono della campanella per poi rimanersene spenti in disparte. Non riesco ad accettare tutte quelle persone che si nascondono dietro ai regolamenti e alle burocrazie senza mai riflettere sul disegno più grande, sul significato delle proprie piccole e grandi azioni quotidiane.

E in questo senso, per andare oltre, sono stufo di tutti i pecoroni e di tutti i bulli, dei senza dio e degli infervorati illuminati dallo stesso, dei grandi pensatori e dei boia mal pratici, di chi parla senza mai riflettere, di chi tira il sasso e nasconde la mano, di chi vende il prossimo oppure se stesso per trenta denari, di chi si lamenta in continuazione e non alza la testa per prendere in mano la situazione e cambiare le cose.

Perché in fondo non ne posso più di questi uomini piccoli che non vogliono prendersi la responsabilità di essere parte di una società grande in cui è la somma di tutte le azioni di tutti, nei confronti di tutti, a determinare lo stato di cose.

Le grandi aziende

Ma sono ben stufo anche di questa società del consumismo, che premia come vincenti coloro che senza scrupoli e giudizio scavalcano gli altri e si arrotolano in spirali di valori insignificanti e inutili ricchezze.

Non posso accettare ne comprendere tutti i sistemi che vedono la figura dell’uomo che “riesce“ semplicemente scalando gerarchie prive di crescenti responsabilità con la stupida immagine di un vertice migliore della base. Odio questa visione dello spronare alla competitività, all’essere migliori dell’altro a scapito dell’essere migliori in se stessi nei confronti degl’altri.

Nello stesso modo non sopporto tutta la pubblicità entusiastica, il grande marketing d’assalto che ti invade la vita e la colora di modelli fuorvianti che chiudono il cerchio dell’insignificante ordine di acquistare tutti quei prodotti in eccesso attorno a cui tutta la nostra economia ruota.

Per tenere alto il livello di astio credo poi che mi preoccuperò di sparare a vista a tutti coloro che fieramente mi ricorderanno che ci troviamo nella società – o nell’era – dei servizi, perché queste persone sono troppo, troppo pericolosamente vicine a dimenticare quanto è grande il valore del rapporto umano e quanto poco vale un servizio disumanizzato. Perché alla fine, in sintesi, il punto è solo che non ne posso più di questi giganti economici popolati di uomini piccoli, aziende troppo grandi per fallire, che scorrazzano nel nostro quotidiano come galline dalla testa mozzata senza altro scopo che accumulare denaro in modo ingordo ed indifferente. Perché non riesco a sopportare che non ci sia altro da fare, se non restare qui ad impazzire, mentre premiamo “3” per l’italiano e stiamo ad ascoltare Dio che per il momento non ha nessun operatore libero disponibile per ascoltare le nostre preghiere inutili, da uomini piccoli.

(courtesy “Il Diavolo” 2016)

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