UNIA: non siamo contro l’economia, anzi…

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Di

gargantini giangiorgiodella Redazione

Herbert Bollinger, patron di Migros, si esprime su quello che molti paventavano e temevano: chiede infatti l’abolizione della legge sull’apertura dei negozi. Dopo la risicata mezz’ora concessa dai ticinesi alla grande distribuzione, ora è il momento della riscossa e, come si immaginava, dopo il dito si chiede anche il braccio.

Parliamo con Giangiorgio Gargantini di UNIA, responsabile per il settore vendita:

Permettetemi di correggervi subito: questi oltre al dito e al braccio vogliono prendersi anche il cuore! Da una parte, perché siamo ora al cuore del problema, sono cadute le maschere e finalmente si parla chiaro. Dall’altra, perché quanto si vuole una liberalizzazione completa degli orari come difeso da Bollinger non si tratta più soltanto di voler disporre in modo flessibile della forza lavoro nella propria azienda, ma si vuole controllare la vita stessa del dipendente, che dovrebbe essere semplicemente disponibile in ogni momento a seconda dei desideri i una fantomatica clientela assetata di shopping e acquistite compulsiva! Non si lavora più per vivere ma si vive per lavorare.

Giangiorgio, allora in fin dei conti ci hanno presi per il sedere? Mezz’ora prima, poi la legge Lombardi che propone l’apertura dalle 6:00 alle 20:00 e ora Bollinger che propone addirittura la liberalizzazione totale all’americana?

Non direi, visto che il progetto del padronato del settore è sempre stato quello e non hanno nemmeno voluto nasconderlo troppo… In tedesco si parla di “salamitaktik”, la tattica del salame: si fanno passare le liberalizzazioni “una fettina alla volta” per evitare che si veda il progetto nella sua globalità. In febbraio si è votato per la chiusura alle 19:00, l’anno prossimo si voterà sulla chiusura alle 20.00 prevista dalla legge Lombardi (evidentemente lanceremo di nuovo il referendum!), e il patron del più grande datore di lavoro del settore mette già le mani in avanti chiedendo liberalizzazione totale. Sarà anche una buona tattica dal loro punto di vista, ma l’unico salame che vedo io è solo chi si fida ancora di certi ambienti padronali…

Siamo però realisti, con gli orari attuali non solo non possiamo competere con l’Italia, ma svuotiamo anche le città rendendo arido il substrato turistico.

Il cosiddetto “turismo degli acquisti” è sicuramente un problema centrale. L’unica soluzione per invertire la tendenza è quella di aumentare il reddito della popolazione residente. Chi va in Italia a fare la spesa lo fa principalmente per una questione di prezzi, molto più accessibili, gli orari di apertura sono un fattore assolutamente secondario. Gli orari dei negozi sono forse estensibili, ma non il nostro potere d’acquisto e i nostri borsellini! E chi lo dice che il “substrato turistico” debba essere formato da negozi? Il turista viene per i parchi, il lago o le passeggiate in montagna. Vuole fare l’aperitivo e mangiare su una terrazza al sole, vuole visitare un museo o gustarsi un concerto. Chi lo dice che desidera chiudersi in un negozio anche la domenica, o fino a notte fonda? A chi vogliamo far credere che i turisti vengono in Ticino per fare spesa? Potenziamo l’offerta culturale, miglioriamo le strutture di accoglienza nella loro globalità: è soltanto su questo piano che vinceremo le future sfide nel campo del turismo. Le aperture domenicali o nei giorni festivi hanno come unico risultato quello di spostare gli acquisti dalla settimana alla domenica… ma in questo caso non c’è nessun guadagno supplementare, anzi aumentano soltanto i costi per le imprese, esattamente come succede in Italia!

E la famosa clausola sull’obbligatorietà dei contratti collettivi che fine ha fatto?

Sindacati e associazioni padronali stanno discutendo del contratto collettivo proprio in queste settimane. Il Consigliere di Stato Christian Vitta ha convocato le parti sociali subito dopo il voto e ha dato un termine a fine giugno per trovare un accordo sul CCL di settore. Senza violare la necessaria discrezione che deve accompagnare questo genere di negoziazione, posso dire che se la discussione fosse stata facile si sarebbe già trovato un accordo negli anni precedenti! Il ruolo che giocherà Christian Vitta sarà dunque probabilmente decisivo. Poi l’obbligatorietà si discuterà in un secondo tempo e dipenderà da aspetti tecnici legati ai quorum da raggiungere… per ora l’obiettivo è quello di avere un testo condiviso dalle due parti.

Dunque viene da pensare che alla fine il vero problema non siano gli orari in se stessi, ma i contratti collettivi alla base e il lavoro su chiamata. I sindacati sarebbero disposti a cedere sugli orari se in cambio avessero l’assicurazione dell’ottemperanza dei contratti collettivi e migliori condizioni per i lavoratori interinali? 

Sono assolutamente d’accordo sull’analisi che fate dei problemi del settore, e tra l’altro questo è il messaggio che hanno espresso i lavoratori e le lavoratrici durante l’ultima campagna: le condizioni di lavoro sono già estremamente difficili oggi, è semplicemente impensabile lavorare ancora di più e in modo ancora più precario! La nuova moda sono i contratti senza ore minime assicurate. Ma come si fa a tirare avanti una famiglia in queste condizioni? Senza la sicurezza di un salario minimo a fine mese, senza poter programmare niente, nell’impossibilità più totale di conciliare vita professionale e lavorativa? Le grandi sfide del futuro saranno proprio quella di salari degni (che permettano vivere e spendere nel territorio) e un’organizzazione dell’orario di lavoro che permetta una vita familiare e professionale. E tutto questo andrà anche a vantaggio del settore economico nel suo insieme, ed è normale che sia anche questa una nostra preoccupazione! In caso di difficoltà economiche, i primi a rimetterci sono i dipendenti, sarebbe assurdo per noi lavorare contro gli interessi dei commercianti del cantone! Soltanto, si devono considerare i bisogni di tutti e tutte, il bene comune insomma… e se i lavoratori e le lavoratrici non hanno soldi da spendere e non hanno possibilità di costituire una famiglia, allora nel breve termine il problema non sarà più quello degli orari di apertura dei negozi ma piuttosto quello della chiusura pura e semplice degli stessi.

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