Apologia di un maestro perdente

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Di

20150612caccia di Jacopo Scarinci

Neanche dopo la sconfitta più amara, il suo viso ha cambiato espressione. Il palmares di Zdenek Zeman, maestro di vita ancor prima che di calcio, resta fermo a zeru tituli – citando il Saggio.

Non poteva che essere così, perché ogni eroe ha un suo destino e quello di Zeman è questo. Spregiudicato, schietto, altezzoso e incredibilmente capace di fregarsene di tutto o quasi quello che lo circonda. Con l’attenuante di aver, il più delle volte, tutte le ragioni. Il non vincere mai niente fa parte della sua funzione su questa Terra: spiegare quanto sia difficile vivere. Allenatore di successo con il Foggia dei miracoli e le due sponde della Roma calcistica, ha candidamente affermato come i muscoli dei giocatori della Juventus non si sviluppassero grazie a palestra, albumi e petto di pollo. Fu la fine dei suoi sogni di gloria, perché nella vita come nel calcio se denunci il potente sei fuori, finito. E poco importa se avesse ragione o meno, sic est. Lo voleva il Marsiglia – quello dei tempi d’oro, mica la pena di oggi – ha detto sabato a “L’Équipe”, ma non se ne fece niente: troppo scomodo, troppo inviso a certa gente. E quindi invece che sui grandi campi europei, ha spiegato il suo 4-3-3 in quelli dell’Avellino, della Salernitana, del Lecce, del Brescia. Sempre a testa alta, sempre con la sigaretta in bocca, sempre con l’espressività di una sfinge.

Ci sono persone che non sono fatte per vincere, anzi, forse nemmeno gli interessa. Le richieste che sembra abbia fatto a Renzetti per la prossima stagione non hanno come obiettivo vincere la Super League, ma aiutarlo ad esprimere meglio la sua idea, a insegnare vita e calcio a giocatori pronti ad assimilare, imparare, crescere. Prima come uomini, poi come giocatori. Questo conta per Zeman, santone ieratico, affascinante uomo d’altri tempi e altra classe, maestro perdente.

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