Caso BSI, c’è qualcosa che non quadra

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Di

soldidi Bruno Samaden

In tutta la faccenda della BSI scoppiata pochi giorni fa qualcosa non torna. Se il poliziotto ti dice “sgamato!‎” tu la smetti, cambi strategia. Se sei un pesce piccolo magari continui, provi a farla franca sperando che l’attenzione non ricada su di te. Ma se amministri miliardi e hai 1’000 dipendenti continui lo stesso sapendo che – matematico – ti ribeccheranno? Boh.

La suggestione di cedere alla sindrome da serie televisiva c’è, è innegabile, ma la sensazione che i dirigenti di BSI siano entrati in un gioco più grande di loro è forte. Non è eccesso di fantasia pensare che se entri in certi meccanismi poi uscirne non è la cosa più facile del mondo. Succedono nei film queste cose, e le mie sono sensazioni da esterno senza pretese di verità. Però davanti a storie come questa, senza facilonerie complottiste, il dubbio viene.

E in tutto ciò, come non notare una cosa di cui non parla nessuno: dal 2008 a oggi sono stati persi migliaia e migliaia di posti di lavoro in Ticino fra bancari, banchieri e gestori. Ma sono numeri nascosti, perché si tratta di lavori dove lo status e l’omertà la fan da padrone. I licenziati sono rimasti tutti “indipendenti”, senza poter far sapere che non lavorano.

C’è qualcosa di profondamente sbagliato in tutto questo. La speranza è che, prima o poi, noi comuni mortali potremo sapere veramente cosa succede in certi ambienti.

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