Famiglie spezzate: Rimpatri forzati, parlano le associazioni

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Famiglie spezzate 2della Redazione

L’articolo di Manuele Bertoli sui rimpatri forzati (http://www.manuelebertoli.ch/?p=2884) ha rimesso al centro del dibattito la pratica disumana dell’allontanamento di un genitore straniero dal proprio figlio per motivi economici. Bertoli, infatti, fa notare: “se una svizzera si sposa con uno straniero e ha un figlio, caso tra l’altro molto frequente, qualora la famiglia non riesca a stare a galla finanziariamente e abbia bisogno dell’aiuto sociale, accade che il padre venga separato da questo figlio e rimandato al suo Paese.” Il figlio, che con madre svizzera e nato in Svizzera è quindi svizzero, vede così allontanarsi un padre che – continua Bertoli – secondo giurisprudenza e vulgata può comunque sentire al telefono o vedere tramite internet. Siamo arrivati alla “famiglia Skype”, insomma. Su questo tema abbiamo sentito diverse associazioni, e il giudizio è – ci mancherebbe – unanimemente di condanna totale.

Simone Banchini dell’AGNA (Associazione Genitori Non Affidatari) sebbene non conosca in prima persona persone coinvolte ci dice che non fatica a credere che questo problema sussista: “La famiglia va tutelata, così come l’equilibrio di un bambino. Non è concepibile che se una madre col figlio si trasferisce anche solo a Berna venga detto al padre del bambino che può usare il telefono”.

Ci va ancora più pesante Andrea Milio dell’ATFA (Associazione Ticinese Famiglie Affidatarie), rimasto a bocca aperta dal conoscere l’esistenza di situazioni come quelle descritte da Manuele Bertoli. “Mi sembra alquanto riduttivo poter fare il genitore per pochi minuti o poche ore al giorno quando la presenza deve essere costante. Per crescere i figli ci vuole ben altro, resto davvero basito davanti ad argomentazioni di questo tipo. Questa è una cosa che non si può sentire” – continua Milio – “Skype non può sostituire la presenza, l’accompagnamento quotidiano del genitore, e anche se è scontato ribadisco che sia ovvio che come associazione non siamo d’accordo con chi lo sostiene. Io ho una figlia e non potrei neanche immaginare una situazione del genere.

Con Ilario Lodi, segretario di Pro Juventute, il discorso si spinge più in là: “il problema fondamentalmente è questo” – si e ci chiede – “vogliamo adattare sempre e soltanto i bisogni della gente alla legge o, una buona volta, adattare la legge ai bisogni delle persone?” Un processo lungo, certo, ma che Lodi vede possibile attraverso un percorso che parta dall’educazione e da un forte cambio di paradigma. “Quando i problemi sono così evidenti e conclamati è un dato di fatto che un ragionamento sulle modifiche legislative a 360 gradi debba essere fatto, e non sto parlando solo dei rimpatri forzati: il potere pubblico e politico deve essere sollecitato sulle riforme che devono essere realizzate per adattare il sistema legislativo a quelli che sono i bisogno delle persone. Bisogni di relazione, di comunità, vivere con gli altri una vita normale.

Sulle evidenti responsabilità della politica il segretario di Pro Juventute aggiunge però come “la politica ad alti livelli interpreti quella che è la realtà, si fa portatrice della realtà che presume stia attorno: è responsabilità di chi è sul territorio nella vita di tutti i giorni rendere attenta e sensibile l’autorità politica. Bisogna leggere, studiare, darsi la pena di capire. Una cosa che non sempre viene fatta dalla popolazione.” La nostra società è in continuo movimento, afferma, e forse “le cose stanno succedendo troppo in fretta, così velocemente che chi non ha esperienza ha più difficoltà proprio a capire questa situazione. Io non me la sento di colpevolizzare chi non vede i grossissimi problemi che devono sopportare quelli che vengono rifiutati alla frontiera o con un rimpatrio venendo allontanato da suo figlio, ma ho la necessità di interloquire con loro per spiegargli quello che è un altro punto di vista.” E come, con il muro contro muro? “No, non con una contrapposizione bensì con un lavoro paziente, un’opera di tipo educativo, una costruzione comune. Entrare nell’ottica che quello che è importante per me potrebbe esserlo anche per gli altri.

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