‘fanculo i pregiudizi

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Di

soldidi Shevek

Quest’idea fa schifo.

È inutile cercare eufemismi. È vano avventurarsi in complicate disquisizioni economiche sul Modello Müller/Straub o su quello B.I.E.N. per soppesare pregi e difetti e valutare la sostenibilità del reddito di base incondizionato nell’ambito dei meccanismi produttivi svizzeri, considerata la ridistribuzione del PIL finalizzata alla riduzione delle disuguaglianze e… balle! Tutte balle. Il problema è nei fondamenti: quest’idea fa schifo, appunto.

Miti da pecorai palestinesi dell’Età del Bronzo

Questo schifo nasce da uno stupido pregiudizio. Eppure questo schifo è il vero motivo per cui il reddito di base incondizionato verrà trombato alle urne il prossimo 5 giugno. Ed ecco perché anche tu, in questo preciso momento, non ne vuoi neanche sentir parlare. Se anche ci fossero i soldi per realizzarlo, non lo accetteresti. Ti fa schifo. Ti ripugna proprio: «Ma siamo matti? Dar soldi alla gente per… per cosa? Per stare a casa a far nulla? Soldi per mantenere i parassiti? Non esiste! Che idiozia è?». No, non è un’idiozia. Affatto. Se per un picosecondo ti scrosti dai tuoi pregiudizi, forse ci arrivi.

«All’uomo disse: “(…) maledetto sia il suolo per causa tua! / Con dolore ne trarrai il cibo / per tutti i giorni della tua vita. / Spine e cardi produrrà per te / e mangerai l’erba campestre. / Con il sudore del tuo volto mangerai il pane; (…)”.» (Gen 3, 17-19)

Eccolo lì, il fondamento del pregiudizio. Doveva essere ben incazzato, il Vecchio, per condannare l’uomo alla fatica per tutta la vita. La donna no, invece: per lei la pena prevedeva il parto con dolore e la sottomissione all’uomo.

Ora, molti fra questi miti da pecorai palestinesi dell’Età del Bronzo li abbiamo superati grazie allo sviluppo della civiltà, della cultura, dei diritti umani, del libero pensiero, della razionalità, della scienza e della tecnologia. Domanda: se la donna si è emancipata dalla sofferenza del parto e dal dominio dell’uomo, perché non dovremmo tutti, uomini e donne, emanciparci dall’obbligo del lavoro per godere di una vita decorosa?

L’Articolo 12

Del resto già dovrebbe essere così. Lo esige la Costituzione svizzera, non un mito mediorientale del secondo millennio avanti Cristo.

«Art.12 Diritto all’aiuto in situazioni di bisogno – Chi è nel bisogno e non è in grado di provvedere a sé stesso ha diritto d’essere aiutato e assistito e di ricevere i mezzi indispensabili per un’esistenza dignitosa.»

Il merito…

Obiezione: «Ma il merito? Come la mettiamo col merito?».

Ah, già: il merito. Non vorremo mica negare l’importanza del merito, eh! Guai! Il caposaldo del pensiero liberista: se hai merito, cioè se possiedi un talento e se ti impegni e lo sfrutti, allora guadagni e ti arricchisci e stai meglio, anzi stai sempre meglio, altrimenti no, altrimenti ti attacchi e puoi anche schiattare (e chissenefrega dell’articolo 12). Perché? «Boh. Perché sì. Perché è giusto così. Perché si è sempre fatto così. Perché è nelle nostre tradizioni. Perché lo ha deciso Dio. Perché noi siamo influenzati dall’etica protestante e già Max Weber diceva… bla bla bla». Già già.

Ma sai che c’è? Sono balle. Tutte balle. «È giusto così» e «Si è sempre fatto così» non sono argomenti razionali: sono pregiudizi. Come tutti i pregiudizi, non valgono nulla se non hanno un fondamento razionale. E sai un’altra cosa? Non ce l’hanno. Per niente.

…e la necessità

Come dici? «Non è vero. C’è una giustificazione razionale. È una legge di natura: se un animale non si dà da fare per procurarsi il cibo e la tana, crepa di fame e di freddo. E l’uomo è un animale come gli altri».

Ah ah. Sicché sei passato dalla prescrizione normativa morale (il cibo bisogna meritarselo) alla legge descrittiva naturale (la fatica è inevitabile). Non so se ti accorgi del salto di approccio, ma te lo do buono lo stesso. Tanto anche per la legge di natura c’è una replica. Infatti, per un’altra legge di natura, se ti becchi una broncopolmonite batterica muori. Invece tu ingoi una pastiglia di antibiotico e guarisci. Per quale ragione allora certe leggi di natura le abbiamo superate per rendere migliore, più lunga e più sicura la nostra esistenza, mentre non dovremmo fare lo stesso con la fatica necessaria alla sopravvivenza?

Fancazzisti senza merito

In realtà, ampie violazioni alla prescrizione morale del merito e alla legge naturale della fatica necessaria ci sono già. E tu le accetti così bene da nemmeno indignarti più. Anche perché ai tuoi amici liberisti piacciono un sacco.

Prendi il caso degli ereditieri, per dire. Gente che, per puro culo, alla nascita si trova con capitali immensi. Gente che non guadagna 2’500 franchi al mese, ma 25 mila, o magari 250 mila, o perfino 2 milioni e mezzo. Non fa niente nella vita, se non alzarsi a mezzogiorno, cazzeggiare nel pomeriggio con fuoriserie da urlo, passare dal jet privato allo yacht, dall’attico panoramico all’albergo a 7 stelle, per poi sfondarsi fino all’alba in festini a base di cocaina e puttane di alto standing. Dove sono il talento e l’impegno di questi sfaccendati? Dov’è il merito nel nascere figlio di un ricco? «Sì, ma suo padre… sua madre…». Appunto! Suo padre e sua madre: loro hanno creato quella ricchezza e meritano di godersela. Non lui. Lui è un balordo senza arte né parte, privo di ogni talento e di ogni impegno, ma vive nel lusso e non fa nulla. Non merita nulla. Però questo ai liberisti sta bene. Bella coerenza.

Se davvero fossero consequenziali nel difendere il principio morale del merito e la necessità naturale della fatica, i destrorsi dovrebbero anzitutto cancellare il diritto ereditario. Ma figuriamoci: per i democentristi e i leghisti la coerenza è comprensibile quanto le teorie della gravità quantistica. D’altronde gli stessi destrorsi paladini del «prima i nostri» difendono i privilegi degli stranieri immigrati, alla faccia dei nostri concittadini svizzeri (http://www.dvel.ch/blog/?p=1282).

Il caposaldo del pensiero liberista: la paura

La realtà è più semplice: le storie sul merito e sulla necessità sono balle. Il caposaldo del pensiero liberista è un altro: la paura. Se non ci fosse lo spauracchio della miseria, la povera gente non si adatterebbe ai lavori di merda snobbati dai ricchi. Se non sei ricco, puoi decidere come farti sfruttare, ma non puoi decidere di non farti sfruttare. Ti raccontano la favoletta del merito e della necessità – che però a loro non si applica – per tenerti buono, per farti sentire in colpa se non accetti quel lavoro schifoso, per farti sentire un parassita se non produci.

Per farla breve: la necessità del lavoro per un guadagno minimo sufficiente a garantire una vita decorosa è un pregiudizio. Peggio ancora: un pregiudizio pericoloso, causa di una potenziale catastrofe.

E i parassiti?

«E i parassiti? Come la mettiamo con quelli? Se diamo dei soldi a tutti senza far nulla, ci ritroveremo con una società di fancazzisti».

Tu dici? Scoppi di fiducia per i tuoi simili, vero? Beh, il mondo è meno brutto di quanto pensi.

Tutti i sondaggi svolti finora mostrano come meno del 10% delle persone, se ricevesse un reddito di base incondizionato, smetterebbe di lavorare e si adagerebbe nell’ozio. Tutti gli altri proseguirebbero la propria vita oppure la renderebbero migliore, cercando una professione più appagante. Non solo: sono ormai decine gli esperimenti già compiuti nel mondo, su grande e su piccola scala, in tutte le fasce sociali, nei Paesi ricchi e in quelli poveri, e sempre (sempre!) la percentuale di chi ha abbandonato ogni attività si è dimostrata minuscola.

Ora pensa a te stesso: davvero tu trascorreresti le tue giornate svaccato sul divano, a devastarti di patatine e televisione? Se è così, che schifo di persona sei? Oppure continueresti comunque a lavorare, perché ami il tuo lavoro? O magari, se il tuo lavoro non è il massimo, approfitteresti di quei soldi per riqualificarti, concederti una nuova formazione, permetterti un lavoro più creativo e più appagante nel quale realizzarti?

Non bastasse neppure questo, ecco l’ultimo e definitivo argomento: quelli che tu chiami «parassiti» potrebbero essere l’evoluzione inevitabile delle società umane moderne. Perché il lavoro sparirà. Anche il tuo, forse.

La scomparsa del lavoro

Molti romanzi di fantascienza prefigurano una società nella quale la tecnologia avrà emancipato gli esseri umani da ogni fatica. Non dovremo più lavorare: robot e intelligenze artificiali ci sostituiranno quasi ovunque, soprattutto nelle mansioni più faticose e sgradevoli. Diversi studi sociologici prevedono la scomparsa di un terzo delle attuali professioni nel giro di 10 anni. Spariranno i camionisti, le cassiere, gli operatori dei call center e tanti altri. Perfino gli avvocati (http://www.rivistastudio.com/cose-che-succedono/ross-il-primo-avvocato-robot-assunto-da-uno-studio-legale/). Può non piacerti, ma questa è la realtà: la tecnologia non si ferma e, se qualcosa può esser fatto, allora viene fatto.

Questa «fine del lavoro» l’aveva già preconizzata Marx dopo la prima rivoluzione industriale.

«Di fatto, il regno della libertà comincia soltanto là dove cessa il lavoro determinato dalla necessità e dalla finalità esterna; si trova quindi per sua natura oltre la sfera della produzione materiale vera e propria. (…) Al di là di esso comincia lo sviluppo delle capacità umane, che è fine a sé stesso, il vero regno della libertà, che tuttavia può fiorire soltanto sulle basi di quel regno della necessità. Condizione fondamentale di tutto ciò è la riduzione della giornata lavorativa.» (K. Marx, Il Capitale, cap. 48)

Nel 1930, dopo la seconda rivoluzione industriale e alla soglie della terza, John Maynard Keynes, nel saggio «Possibilità economiche per i nostri nipoti» (http://www.econ.yale.edu/smith/econ116a/keynes1.pdf), prevedeva una giornata lavorativa di sole 3 (tre!) ore.

Oggi, con le nuove tecnologie, siamo entrati nella società della conoscenza, nel pieno della quarta rivoluzione industriale. Innumerevoli mestieri scompaiono. Per alcune nobili professioni possiamo provare dispiacere e sforzarci di farle sopravvivere, specie nei loro aspetti più creativi. E comunque la creatività umana non potrà essere sostituita con facilità dalle intelligenze artificiali. Ma chi rimpiangerà mai l’attività di far passare i prodotti sullo scanner della cassa del supermercato, quando se ne occuperanno le macchine?

Tutti i lavori poco creativi, ripetitivi, perfino squallidi o schifosi, oggi svolti da esseri umani insoddisfatti e costretti solo dalla necessità della pagnotta, svaniranno. Di costoro cosa faremo? Li faremo morire di fame? Li costringeremo all’elemosina sotto forma di sussidi colpevolizzanti, per ottenere i quali dovranno umiliarsi dimostrando di aver cercato lavori sempre più rari, più ingrati, peggio pagati e soprattutto inutili?

La domanda ineludibile

Se sei contrario al reddito di base incondizionato per una questione di principio («Il merito! Il merito! La pagnotta devi sudartela, altrimenti sei un parassita!»), hai l’obbligo di rispondere a questa domanda: cosa farai con le legioni di disoccupati il cui lavoro verrà svolto dalle macchine? E sarà così: a causa del progresso tecnologico, la crisi dell’occupazione è inevitabile.

Quindi, se non troviamo un meccanismo efficiente di ridistribuzione della ricchezza, se non separiamo il lavoro dal reddito alla faccia di tutti i pregiudizi cretini di biblica tradizione, ci attende uno schifo di società in cui un pugno di satrapi sguazzerà nel lusso sfrenato e la massa dei poveracci grufolerà nel fango. I consumi di massa crolleranno e… e poi? E poi la catastrofe, appunto.

Perciò ‘fanculo i pregiudizi e liberiamoci dalla paura.

Per saperne di più:

Un pasto gratis (http://www.dvel.ch/blog/?p=134)

Senza condizioni, per tutti (http://www.dvel.ch/blog/?p=1498)

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