Ho un figlio campione. O forse no

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Di

Luvini Figlidi Marina Luvini

Alzi la mano chi non vorrebbe un figlio di successo. Calciatore ricco e famoso, attore osannato di Hollywood, tennista nella top ten, cardiochirurgo di fama mondiale, avvocato stimato…

Tutti vorrebbero vedere i propri figli felici, ricchi e famosi. Tutti vorremmo vedere i nostri figli affermati, avere figli che sono riusciti a ritagliarsi uno spazio considerevole in questa società competitiva e che vengono guardati come esempio da seguire. Vuoi perché devono seguire le tue orme, vuoi perché invece tu genitore non ce l’hai fatta. Il peggio di questa cascata di ambizione riversata sui figli la troviamo soprattutto nello sport, a tutti i livelli. Basta avvicinarsi ai bordi di un campo da calcio, da tennis, da basket, a una pista di hockey e senti come una vibrazione che ti sommerge. Padri che consigliano coprendo la voce degli allenatori, madri che dopo sei lezioni gridano “ma non sei ancora capace a fare un rovescio?”, gruppi di genitori che studiano tattiche manco fosse la Nazionale, ragazzi che non sanno più da che parte ascoltare, allenatori che non sono in grado di gestire queste situazioni. Ho visto cose che nemmeno voi umani… bambini di cinque anni sgridati ad un torneo perché avevano giocato male. Ho visto genitori insultare un arbitro di sedici anni. Ho visto ragazzi giocare meglio quando non ci sono mamma e papà a vederli.

Non tutti riescono nello sport, non tutti hanno la mentalità per arrivarci o la voglia per farlo. Forse c’è il talento, ma manca lo spirito agonistico o di sacrificio. A volte il talento non ce l’hai ma hai la forza di volontà, che però va a cozzare con una schiera di ragazzi con le tue stesse qualità. Se vuoi avere anche la minima possibilità di riuscita devi mettere in conto quattro allenamenti alla settimana con il sole, la pioggia, il vento, il freddo o la neve, senza discussioni. Poi c’è la scuola, il futuro e il fatto che nella nostra realtà ticinese se vuoi vivere di sport devi avere comunque un lavoro che ti garantisca un futuro professionale. Ci sono la vita privata, la famiglia, gli amici, il tempo libero. Per un bambino o un ragazzo sono cose importanti e non sempre si riesce a incastrare tutto. Quindi si scelgono categorie minori, o le scelgono i ragazzi stessi, per poter anche solo fare sport, divertirsi, farsi degli amici e magari vincere qualcosa alla loro portata, sapendo benissimo che oltre non si può andare.

Qui però spesso ci si scontra con le ambizioni mancate di qualche genitore che al posto di vedere il quadro generale della situazione e abbassare le proprie aspettative, si comporta come se ogni partita fosse sempre la finale di Champions, del Roland Garros o della Stanley Cup e in campo ci fossero Ronaldo, Federer o Jagr al posto del loro figlio.

Un consiglio: godetevi le cose così come stanno. Esultate se vostro figlio vince, aiutatelo a capire che nella vita si va avanti anche con le sconfitte. Divertitevi con lui, non date loro consigli non richiesti. Prima o poi crescerà e non vorrà più che andrete a vederlo. Magari smetterà o cambierà sport e voi non potrete fare nulla se non accettare e sostenere la sua scelta. I figli sono un dono, non una proprietà.

E soprattutto non devono diventare quello che avremmo voluto essere noi ma non ci siamo riusciti.

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