I figli sono un fatto privato?

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Di

bambino piantodi Krimskrams

Da giorni mi ballano davanti agli occhi le parole con cui la consigliera nazionale Regine Sauter (PLR/ZH) ha spiegato il rifiuto del congedo paternità di due settimane: “È un gesto caro, che non ci possiamo permettere”. E così, mercoledì 27 aprile 2016, il consiglio nazionale ha bocciato 97 voti contro 90 (cinque astenuti) l’iniziativa di Martin Candinas (PPD/GR).

Strano paese il nostro, che si inalbera quando non viene considerato all’avanguardia nelle statistiche internazionali sulla parità salariale o sull’inclusione delle donne nei ruoli decisionali, ma che frena quando può tenere il passo con la modernità. Un paese che si vanta – a giusta ragione – della sua ricchezza e della sua qualità di vita, ma che non può permettersi due settimane di congedo paternità pagato all’80% con l’indennità per perdita di guadagno (IPG). Per me ha dell’incredibile. Soprattutto dopo che agli uomini sono state pagate settimane e settimane di congedo per il servizio militare. Ma il nostro benessere e il nostro favoloso PIL non dovrebbero servire anche a migliorare i nostri servizi? Il congedo paternità è una richiesta molto sentita dai giovani padri e dalle giovani famiglie che stanno sperimentando una suddivisione nuova dei ruoli fuori e dentro le mura domestiche. Anche se due settimane di congedo non risolvono i problemi legati alla conciliazione tra famiglia e lavoro, sarebbe stato un bel segnale per incominciare a mettere in atto il principio della genitorialità. D’altra parte se si vuole far tornare le donne nel mercato del lavoro per far fronte alla carenza di manodopera dopo la votazione del 9 febbraio qualcosa si dovrà pur fare per spostare l’onore della cura dei figli anche sulle spalle dei padri che desiderano la condivisione. Un paese come il nostro che ha mezzi economici, ha il dovere di essere visionario, di favorire il cambiamento, di spingere il limite di quello che si può fare un po’ più in là, un po’ più in alto, senza accontentarsi dello stato delle cose o del minimo dovuto, soprattutto quando la cosiddetta società civile indica la strada e si è già incamminata.

“È un gesto caro, che non ci possiamo permettere”. Mentre le parole continuano a danzare e il malumore cresce, intravedo un pensiero che mi riporta alle battaglie per il congedo maternità: i figli sono un fatto privato. Già, il privato non è pubblico e il Sessantotto è lontano. I figli sono il domani di una stirpe famigliare, ma lo sono anche di una comunità, dunque sono una “faccenda” che riguarda tutti noi, riguarda la sopravvivenza della nostra società, sono una risorsa di cui non possiamo fare a meno. I figli crescono e da bambini diventano ragazzi, diventano quei giovani che hanno il fiato per correre, la fiducia nei giorni a venire, la creatività di innovare, il coraggio di sognare, la voglia di gettare uno sguardo – per dirla con il poeta Pessoa – oltre la curva della strada, oltre la morte.

La nostra e quella del nostro paese.

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