La morte ti fa bella. Storia di una tanatoesteta

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Di

Mortedi Vania Pillepich

Che lavoro fai? La tanatoprattrice o tanatoesteta.

Cosa vuol dire? Deriva dal greco “thanatos” MORTE , “praxis” PRATICA.

La tanatoprassi è l’insieme delle cure rivolte e del trattamento estetico delle salme prima delle esequie. Non vi preoccupate, sono pochi a conoscere queste parole, io per prima non ne conoscevo il significato fino a qualche anno fa: non ignoriamo, però, la parola becchino, becca morto, e aneddoti e barzellette che ad esso si rifanno. Non ho nulla a ridire al riguardo, io stessa in famiglia vengo bonariamente presa in giro di tanto in tanto.

Amo il black humor, e a tal proposito uno studio condotto da Christopher R. Long della Ouachita Baptist University (Usa) e Dara Greenwood del Vassar College, il cui titolo è “Joking in the Face of Death: A Terror Management Approach to Humor Production”, ha ipotizzato che l’attivazione di pensieri riguardanti la morte potrebbe promuovere l’umorismo, per via del suo potenziale ruolo di difesa psicologica contro l’ansia.

Il tanatoesteta dal canto suo, pur lavorando sul corpo dei defunti, si pone a servizio dei vivi nell’intento di restituire un immagine del caro estinto il più serena e dignitosa possibile, onde alleviare l’ansia che l’impatto visivo difronte alla morte potrebbe arrecarci. In tal senso penso che in molte culture sia presente la figura che da noi viene definita “tanatoesteta”, con modi di operare diversi se non a volte agli antipodi. Dal Madagascar alle Filippine, dalle Americhe alle Indie, non sono le modalità a fare la differenza ma la delicatezza, l’empatia e la passione. Amo il mio lavoro ma più di tutto amo la sensazione di nobiltà che mi trasmette. Prendersi cura di una persona, negli ultimi istanti della sua esistenza, (lavarla, pettinarla, vestirla e truccarla) non è da tutti, ma ogni qualvolta intravedo negli occhi dei familiari una piccola sensazione di sollievo, in quel preciso momento capisco quanto sia bello e nobile il mio operare.

 “La morte non è così tragica. Tra cent’anni, ciascuno di noi non ci penserà più.” (Boris Vian)

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