La nostra cruda logica

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Di

palestina bambinodi Angela

2002, Battaglione Nachshorn, località Tulkarem: le cisterne d’acqua sui tetti rovesciate apposta, “si doveva controllare ogni casa come se ci fosse un comando di Hamas”.

2002, Artiglieria della riserva, valle del Giordano: “le cisterne lasciate a secco, loro non hanno acqua corrente, li lasciano semplicemente senz’acqua, loro e le loro greggi, le capre muoiono di sete”.

2003, Corpo dei paracadutisti, Nablus: “Per due settimane i soldati sembravano dei pazzi. Sparavano alle gomme, squarciavano i pneumatici dei camion… Stai lì a inseguire gente innocente. Vogliono solo andare a lavorare”.

2009, Brigata Kir, distretto di Nablus, una casa palestinese distrutta nottetempo, “la madre guardava e piangeva, i bambini erano seduti insieme a lei e la accarezzavano”.

350 pagine di racconti anche peggiori frutto di 145 interviste a ex soldati e riservisti dell’esercito israeliano determinati a rompere il silenzio, a raccontare gli atti di brutalità inferti alla popolazione palestinese tra il 2000 e il 2010. Le pagine più indigeste del volume (Breaking the Silence, pubblicato ora in italiano da Donzelli, Roma) non sono quelle che evocano i dettagli delle operazioni più cruente. Ciò che colpisce è l’elenco dei soprusi ordinari, quotidiani che non uccidono ma umiliano: le pisciate dei soldati sulle galline dei contadini palestinesi, le cacate sui divani, un bambino ferito cosparso col grasso usato per pulire le armi, la rete dei checkpoint non per bloccare i terroristi, ma per deprimere i civili, distanziare i villaggi, spaccare le famiglie, ostacolare le attività economiche.

Più che un libro sulla degradazione della Palestina – scrive Sergio Luzzato – è un libro sulla degradazione di Israele: sulla deriva politica e morale che va trasformando lo Stato ebraico – l’unica democrazia del Medio Oriente – in un indicibile Stato-canaglia. Nel contempo, il libro costituisce la migliore prova dell’onestà intellettuale di certe componenti della società israeliana, come ad esempio l’associazione di ex militari e riservisti “Breaking the Silence”.

Conclude Luzzato: “Sì, bisogna rompere il silenzio. Ma ora che il silenzio è rotto, qualcuno – in Israele e nella Diaspora deciderà finalmente di ascoltare”?

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