“Le nozze coi fichi secchi nel mondo reale non si possono fare”

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Di

rsidella Redazione

La pubblicazione da parte della RSI dei costi dei programmi che manda in onda ha suscitato più di una polemica. Qualcuna fine a sé stessa, qualcun’altra più centrata. Per capirne di più, noi di GAS abbiamo contattato Stefania Verzasconi, responsabile comunicazione della RSI la quale inizia dicendoci che, come prevedibile, “sentir parlare di centinaia di migliaia, o di milioni di franchi, ci spaventa, ci porta a esclamare: che spreco! È ovvio che sia così. È una scala dimensionale cui non siamo abituati nella nostra quotidianità.

Eppure la produzione televisiva ha per forza dei costi da affrontare. “Esatto. Ci sono infrastrutture, professioni, esigenze produttive che sono lo standard. ‘Ma tutto ciò si può ridimensionare!’, ha scritto qualcuno. Certo, si può. Ma deve essere chiaro che così facendo la RSI diventerebbe una piccola emittente locale. Chi ci guadagnerebbe? Non certo le TV private svizzere, perché il pubblico finirebbe in massa sulle reti italiane che hanno molti più mezzi di noi. Volete una cifra? Eccola: la RSI spende in un anno un decimo di ciò che spendono la RAI o Mediaset. E in un paese come la Svizzera che ha un costo della vita molto, molto più alto.”

Tenendo conto delle cifre in ballo qualcuno si è chiesto anche se sia possibile pensare a come risparmiare, a come contenere i costi, ma Verzasconi risponde che “onestamente è difficile dirlo. Provate a chiedere in giro a chi lavora in RSI, e vi sentirete rispondere: non se ne può più di dover risparmiare su ogni cosa. È quello che stiamo facendo, da diversi anni: non solo cercare di migliorare l’offerta sul pano della qualità, ma anche analizzare fin nelle minime voci le nostre uscite per vedere se è possibile spendere ancora meno. Qualche piccolo margine di manovra forse c’è ancora: ma se sì, è davvero esiguo. Siamo arrivati ad un punto critico: al punto cioè in cui, per poter risparmiare ancora, bisogna tagliare l’offerta. Non ci sono alternative. Le nozze coi fichi secchi, si sa, nel mondo reale non si possono fare.”

Inutile dire quante polemiche siano partite. Dal Corriere del Ticino cui non sembrava vero e ha dedicato due paginone alla faccenda a Liberatv che si è spinta in analisi e consigli francamente grotteschi. Sui social network e su alcuni portali sono fioccati commenti di internauti sempre più critici nei confronti della RSI e del canone, visto sempre più come una specie di sopruso. E anche qui Verzasconi ci tiene a dire come sì, “qua e là ci sono, come sempre succede, volgarità, insulti, e un bel po’ di luoghi comuni su come sprecheremmo i soldi dei contribuenti. A quelli ci siamo abituati” continua la responsabile comunicazione della RSI “ma ciò che mi ha colpito di più è che se ci si mette nei panni di chi scrive quei commenti, ci si rende conto che tutti, ognuno dal suo punto di vista, hanno ragione. Ha ragione chi scrive ‘voglio solo serie tv’ e non gli interessa Patti chiari. Ha ragione chi dice ‘lo sport io non lo guardo’ e chi dice che non vuole i commentatori in studio. Ha ragione chi dice che non gli interessano i giochi e chi dice che segue solo il telegiornale. Hanno ragione tutti. Il fatto è che tutti la pensano in modo diverso l’uno dall’altro, e non è umanamente possibile conciliare le esigenze di tutti”.

Ma quindi, oggi, il servizio pubblico di cui si fa portatrice la RSI cosa è? “Proprio questo: offrire a ciascuno ciò che gli interessa, tenendo ferma l’esigenza di fare programmi di qualità. E dare a tutti indistintamente un punto di riferimento per maturare le proprie libere convinzioni. Magari anche per criticarci.”

Critiche che, aggiungiamo noi, alcune volte appaiono pretestuose. Perché è davvero strano che, a furia di tirare bordate verso la nostra emittente pubblica, i grandi paladini del ticinesismo über alles arrivino a sognare di far capo solo alle emittenti italiane. E anche l’eventuale delirio di buttarsi tra le braccia della sola Teleticino, oltre che un precipizio nel vuoto localistico, sarebbe appunto una follia. Senza la Billag morirebbero anche loro. E subito.

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