No grazie, 190 milioni all’anno ci fanno schifo

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di Jacobus

Al di là delle considerazioni che si possono fare sul costo dei programmi della RSI, vi è un punto dell’intera faccenda che sembra sfuggire (più o meno intenzionalmente) a chi invoca risparmi e ridimensionamenti.

Il punto è questo: i proventi del canone per la Svizzera italiana sono una vera e propria manna. Circa 240 milioni all’anno, di cui 190 provengono dalle tasche dei nostri concittadini di oltre Gottardo (quelli che alcuni chiamano simpaticamente “balivi”). Questa pioggia di denaro finisce quasi tutta nelle casse dell’economia ticinese e grigionitaliana, e dà di che vivere a più di 1’200 nuclei familiari. Inoltre ne beneficiano un grande numero di artigiani e di imprese locali, il fisco e le assicurazioni sociali. Ogni risparmio, ogni riduzione del budget della RSI significherebbe inevitabilmente una diminuzione di questi finanziamenti, e dunque una perdita rilevante in termini di denaro, di tasse e di posti di lavoro per l’economia dell’intera Svizzera italiana. Per non pensare ad un’eventuale accettazione della sciagurata iniziativa “No Billag”, che creerebbe più di 1’200 disoccupati in un colpo solo, facendo perdere alla regione un introito netto di 190 milioni all’anno.

Flusso canone

Perché di questo nessuno parla? Forse qualcuno crede che un Ticino e un Grigioni italiano più poveri siano politicamente più interessanti? Certo eventuali sprechi non vanno difesi, laddove fossero documentati, e i soldi pubblici vanno utilizzati con la massima oculatezza, anche perché a pagare sono cittadini di ogni condizione.

Il ritornello che si sente ripetere è che se i programmi RSI (e SSR) costassero meno il canone potrebbe diminuire. Questo è vero, ma guardiamo le cifre. L’abbonamento ad un quotidiano viene regalato? No, costa 330 fr. all’anno, solo 70 fr. meno del canone RTV. Ognuna delle circa 310 edizioni annue di un quotidiano viene letta per una trentina di minuti. I programmi della sola RSI nella Svizzera italiana sono guardati e ascoltati mediamente da ognuno per 137 minuti ogni giorno, 365 volte l’anno. Quattro volte tanto. Se a questo si aggiunge l’ampiezza dell’offerta, che nel caso della TV comprende eventi sportivi o lungometraggi che altrove sono a pagamento, e programmi di qualità indiscussa che consentono alla Svizzera italiana di avere un proprio sguardo sul mondo, bisogna convenire che il costo è più che giustificato.

Quella che ai suoi inizi si chiamava TSI è stata per la parte italofona della Svizzera una faticosa conquista. Per ottenere una vera televisione, di dignità non inferiore a quella delle altre regioni, fu necessario un decennio di battaglie, con l’impegno del Gran Consiglio, del Consiglio di Stato, dei deputati ticinesi a Berna e di tutte le forze politiche. Per assicurare a tutti i cittadini di tutte le regioni e lingue la stessa dignità era necessario che anche la Svizzera italiana ricevesse i finanziamenti occorrenti ad una “vera” televisione. Cosa sarebbe diventata la nostra regione se avesse potuto solo ricevere i programmi della RAI e quelli d’oltralpe?

Questa battaglia non è conclusa. Ancora oggi una RSI ridimensionata equivarrebbe ad una Svizzera italiana ridimensionata. Come è possibile che chi si fa paladino – a parole – degli interessi della regione non tenga conto di questa semplice verità?

Un’accurata analisi dell’importanza economica della RSI si trova nel fascicolo “La SSR: un servizio pubblico fondamentale” pubblicato dall’Associazione per la difesa del servizio pubblico (tiny.cc/sp-rsi)

I dati sul consumo dei media sono disponibili nel sito dell’Ufficio federale di statistica (www.bfs.admin.ch)

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