Un reddito di base, una scelta di civiltà

Pubblicità

Di

soldi economiadi Tonino Perna

economista, sociologo, editorialista de “il Manifesto”

Si calcola che da 5 a 6 milioni di posti di lavoro salteranno in Europa da quest’anno al 2020 per via della robotizzazione/informatizzazione di molte aziende di produzione di beni e servizi. Il “posto” di lavoro diventerà sempre più raro, mentre aumenteranno i cosiddetti “lavoretti”, precari e malpagati, nel settore dei servizi. Anche una parte della share economy.

La questione è molto semplice: la crescente diffusione delle nuove tecnologie, unitamente a processi di concentrazione di capitali e fusioni aziendali, fa aumentare la produttività del lavoro per addetto di fronte ad una domanda stagnante, o bassa crescita, di beni di consumo e servizi. Risultato: aumenta inesorabilmente la disoccupazione. Siamo di fronte ad un fenomeno strutturale già intuito dal grande grande John Maynard Keynes che in “Esortazioni e profezie”(1931) disse chiaramente che avremmo dovuto fare i conti con una disoccupazione tecnologica che sarebbe divenuta insostenibile, suggerendo di limitare il lavoro settimanale a poche ore : << Per ancora molte generazioni l’istinto del vecchio Adamo rimarrà così forte in noi che avremo bisogno di un qualche lavoro per essere soddisfatti. (…) Ma oltre a ciò dovremo adoperarci a fare parti accurate di questo <<pane>> affinché il poco lavoro che ancora rimane sia distribuito fra quanta più gente possibile. Turni di tre ore e settimana lavorativa di quindici ore possono tenere a bada il problema per un buon periodo di tempo. Tre ore di lavoro al giorno, infatti, sono più che sufficienti per soddisfare il vecchio Adamo che è in ciascuno di noi>>. ( pp. 280-81, nella trad.it.).

La riduzione dell’orario di lavoro, “il poco lavoro che rimane sia distribuito fra quanta più gente possibile” scriveva Keynes, è l’unica risposta razionale alla sostituzione del lavoro vivo con le macchine, al fatto che il progresso tecnico ci libera dei lavori più pesanti ed alienanti. Altrimenti, c’è da domandarsi : a che serve il Progresso tecnologico ? Purtroppo, una drastica riduzione dell’orario di lavoro è di difficile se non impossibile realizzazione in una società in cui è il mercato a dettare le regole della convivenza civile. Chi ha fatto piccoli passi in questa direzione, come la Francia, ha dovuto fare qualche passo indietro perché la concorrenza internazionale non perdona. Solo un accordo a livello internazionale potrebbe affrontare seriamente la questione e decidere di procedere nella direzione più logica e consequenziale. Pensiamo solo che è dagli anni ’20 del secolo scorso che l’orario di lavoro è fermo alle otto ore al giorno, con qualche piccola eccezione come quella che vige in Germania nel settore metalmeccanico (36 ore settimanali). In breve, l’orario di lavoro è stato per la prima volta regolato nel 1848 con la vittoria delle Trade Unions in Gran Bretagna dove venne varata la legge delle 10 ore max di lavoro, che divennero 8 nel periodo tra le due guerre mondiali, e da allora nulla è cambiato malgrado il progresso tecnologico sia stato dirompente.

Oggi assistiamo a livello globale alla crescita di una massa di lavoratori precari, malpagati, mentre diminuiscono i posti di lavoro regolati dai contratti sindacali, dove è riconosciuta la dignità del lavoratore. Anche in Europa assistiamo, insieme allo smantellamento del welfare, alla perdita di dignità e valore del lavoro. Come scriveva Karl Polanyi nella “Grande Trasformazione” il moderno mercato del lavoro nasce in Inghilterra quando si riescono a far scattare “i morsi della fame”, per cui un numero crescente di persone è disposto a fare qualunque lavoro, a qualunque condizione, pur di sopravvivere. Come se ne esce da questa situazione? Una situazione che sta diventando insopportabile e spinge tanti giovani verso “scorciatoie criminali”, guadagni facili e pericolosi, ma spesso unica alternativa allo sfruttamento selvaggio del lavoro.

È in questa direzione che, a mio avviso, deve essere vista oggi la richiesta di un reddito di base per tutti. Il fatto che in Svizzera, patria di Calvino e del culto del lavoro, si tenga un referendum su questo obiettivo, fa onore a questo paese che è stato spesso, sul piano della democrazia, una avanguardia in Europa. Immaginiamo se questo diritto ad un reddito di base si generalizzasse in Europa, eviteremmo che un numero enorme di giovani lascino il Sud e l’Est dell’Europa verso i paesi Nordeuropei, l’Australia o gli Usa, contribuendo a far crescere il divario Nord/Sud a livello europeo. Saremmo di fronte ad una svolta epocale, ad una scelta di civiltà che potrebbe aprire la strada a quella necessaria riduzione e ripartizione del lavoro tra tutti.

Non c’è infatti contraddizione tra un reddito di base oggi per tutti i cittadini ed una riduzione dell’orario di lavoro nel prossimo futuro: si tratta di due tappe diverse di un unico cammino che va nella direzione di una sana ed equilibrata ripartizione della ricchezza e del lavoro, di doveri e diritti per creare una società coesa e solidale.

Pubblicità

GAS è gratuito, perchè riteniamo fondamentale che il maggior numero di lettori possibile possa avere un’informazione alternativa rispetto alla stampa ufficiale.

Il nostro lavoro, tuttavia, comporta degli investimenti. Abbiamo scelto di non ricorrere alla pubblicità per non “sporcare” il sito con annunci pubblicitari, e mantenere la nostra indipendenza rispetto al mondo imprenditoriale ed economico. Ci sosteniamo solo tramite le adesioni dei nostri soci e le donazioni dei nostri lettori.

Se anche tu vuoi aiutarci ad andare avanti nel nostro lavoro di informazione indipendente e alternativa, puoi contribuire diventando socio di GAS oppure con una donazione libera. Grazie per il tuo supporto.

NO,GRAZIE!