BSI nel fondo della giungla di Singapore

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Di

BSIdella Redazione

Sotto il cielo di Singapore non si rincorrono solo le scimmiette tirandosi noci di cocco, ma si aggirano animali ben più pericolosi e insidiosi. La legge della giungla ha infatti portato la BSI a soccombere come un’antilope. Vi racconteremo delle ombre nascoste in questa foresta (o di quel che resta), delle insidie e delle trappole grazie a un paziente lavoro di ricostruzione delle diverse informazioni pubblicate dalla stampa, in particolare quella economica o britannica.

Uno dei principali campi di questo complesso gioco porta la sigla 1MDB. Si tratta di un grande fondo di investimento istituzionale, appartenente al 100% allo Stato malese. In sostanza un Fondo alimentato dagli ingenti proventi della vendita del petrolio. Una soluzione adottata ad esempio anche dal Governo norvegese per potere gestire le gigantesche quantità di denaro provenienti dai commerci petroliferi senza destabilizzare il sistema economico-finanziario di un singolo paese. Tramite 1MDB vengono fatti investimenti anche in partnership con altri Paesi. Tra questi l’Arabia Saudita, con cui la Malesia ha rapporti politico-religiosi molto stretti.

Sul fondo 1MDB confluiscono miliardi, mica noci di cocco.

Le relazioni che BSI, tramite la propria filiale di Singapore, ha avuto dal 2012 con 1MDB, erano quelli di banca depositaria dei fondi detenuti dalla Malesia e da altri investitori, che quindi diventavano suoi clienti. Tutti gli investitori erano istituzionali pubblici.

Un’attività molto redditizia per BSI. Dannatamente redditizia. Al punto che lo stesso CdA di BSI comincia a interrogarsi sui soldi che si prende di provvigione. In BSI decidono così di commissionare un audit alla Ernst&Young (network mondiale di servizi professionali di revisione e organizzazione contabile) che però non trova alcunché di irregolare. BSI cerca di conoscere meglio in cosa vengono investiti i vari fondi, ma non essendo né il gestore né l’amministratore dei fondi, la cosa le viene negata dagli investitori. BSI decide allora, siamo a inizio 2015, di chiudere tutte le relazioni.

Ma la stampa malese mica dorme. Un pool di giornalisti (www.sarawakreport.org/) nel frattempo porta alla luce lo scandalo dei fondi neri legati a 1MDB in cui sarebbe coinvolto addirittura il primo ministro del paese. L’affare diventa subito una bega internazionale, obbligando BSI, ma anche le numerose altre banche (tra cui altre tre svizzere: Coutts, Edmond de Rotschild e Falcon), che hanno conti legati al Fondo 1MDB, a effettuare una serie di ulteriori accertamenti. In ogni caso a Singapore, a causa anche di questo scandalo politico, la temperatura già tropicale si fa bollente. Le cose evolvono tumultuosamente sino al punto in cui tra fine 2014 e gennaio 2015 BSI chiude tutte le relazioni bancarie del Fondo e ordina un ulteriore accertamento, una vera e propria indagine.

È a quel momento che in BSI scoprono che alcuni dei loro dipendenti, in forma nascosta, avevano iniziato a dare consigli operativi, estremamente ben retribuiti, agli amministratori del Fondo 1MDB. Andando quindi ben al di là dei loro compiti. Alcuni di loro vengono licenziati, ma ormai la bolla è scoppiata. E il baratro si è spalancato.

La Finma ha fatto il proprio lavoro?

Diciamo che l’impressione che si ha è che qualcuno abbia contribuito a dare una bella spintarella affinché BSI in quel baratro precipitasse, spiaccicandosi sul fondo. Quel qualcuno potrebbe addirittura essere la Finma stessa.

Alcune cose ben strane sono effettivamente successe. Basta leggere l’esteso comunicato (https://www.finma.ch/it/news/2016/05/20160524-mm-bsi/) con cui Finma ha fatto fuori BSI, per interrogarsi. Saranno stati ingordi quelli di BSI, non avranno messo in campo il massimo della diligenza possibile, ma proprio non si può dire che siano rimasti passivi rispetto al quel che stava succedendo a Singapore. Ricordiamoci che stiamo parlando di volumi giganteschi di denaro. Teniamo anche presente che la Malesia non è solo un produttore di petrolio, ma anche di materie prime (stagno, caucciù, olio di palma, ecc.). Ed è pure il 29.mo paese al mondo in termine di PIL. Giusto per dire delle enormi liquidità in circolazione. In questo contesto si è poi assistito a situazioni come quella per cui lo stesso primo ministro malese, in risposta ai sospetti sollevati nei suoi confronti, ha restituito sull’unghia i 680 milioni di dollari che gli venivano contestati. E non sono certo bruscolini! Oppure di situazioni in cui un giovane miliardario cinese, per spiegare a BSI l’uscita e poi il rientro sui propri conti di 20 milioni di dollari, ha fatto ricorso a una motivazione “culturale”. Nella tradizione cinese il figlio omaggia il padre con il provento dei suoi primi guadagni. Il padre può a quel punto rinunciarvi restituendo il dono. Tradizione reale? Fantasie colossali? Certo che quando ci si muove in fortune individuali di parecchi miliardi tutto assume contorni perlomeno inauditi.

Il comportamento più strano di Finma però sta nel proprio atteggiamento rispetto alle mosse di compravendita che hanno segnato le ultime tappe della vita di BSI.

Nel 2014 il Gruppo Generali vende BSI al Gruppo brasiliano BTG Pactual. (Per inciso, Pactual è una banca dapprima venduta a UBS e poi riacquistata dai brasiliani con un’operazione in cui la primaria banca svizzera ha perso qualcosa come 1.4 miliardi di franchi). In Brasile il gruppo Pactual finisce in un colossale pantano a causa dello scandalo Petrobas che fa tremare persino il Governo carioca. Il suo gran patron nonché proprietario, André Esteves, finisce in manette (ancora oggi è ai domiciliari). Con l’acqua alla gola anche finanziariamente, Pactual cerca di vendere BSI. Ed è a questo punto che si addensano le nubi. Con un’operazione complicata, contorta persino, Pactual vende BSI a EFG (gruppo bancario privato svizzero, di proprietà di una famiglia greca residente in Svizzera da una cinquantina d’anni). Vende sì a EFG ma di fatto nell’ambito della transazione Pactual entra nel capitale azionario di EFG. La domanda a questo punto è: come può la Finma permettere a Pactual, come ha fatto, di entrare nel capitale azionario di una EFG che si mangia BSI, rea di non essere stata abbastanza vigile nei confronti della “corrotta Malesia”? Il Brasile è forse un paese meno corrotto della Malesia? Perché questo favore a EFG, per quella che in termini tecnici altro non è che un’operazione di portage? Facciamo i profeti? Nel giro di pochi anni Pactual si comprerà il resto delle azioni di EFG e di colpo si sarà pappata due banche svizzere, garantendosi un posto al sole sulla scena europea.

E poi, altra domanda, perché Finma non ha speso un briciolo di energia per sostenere ad esempio l’offerta d’acquisto fatta dalla Banca dello Stato del Canton Ticino?

Entrando nel campo dei sospetti (e non dei fatti documentati) si potrebbe dire, come è stato in effetti detto, che la Finma non era interessata a mantenere una banca in un modo o nell’altro comunque ancora “ticinese”. Sarà un caso ma in questo momento la direzione e il management di quel che resta di BSI è tutto composto di persone che non solo hanno lavorato nella vecchia UBS (per intenderci, non quella di Ermotti), ma addirittura nello stesso team.

Insomma, un bel pasticcio in cui è difficile vedere chiaro anche per gli esperti. Di certo rimane solo il discutibile accanimento di Finma. Un organo che dovrebbe essere di controllo ma in cui spesso militano personaggi che avevano ruoli di peso nelle stesse banche che avrebbero dovuto controllare.

Nella giungla della Malesia tornano le ombre, e le spire dei rampicanti si chiudono a seppellire lo scandalo. Le ossa di BSI scintillano tra luci smeraldine che le poche lame di luce dipingono tra il fogliame, una vittima i cui segreti resteranno, quasi sicuramente, seppelliti coi suoi resti. Anche perché, come spesso accade nella finanza, il nuovo management di BSI non pare avere alcuna intenzione di spendere una sola parola a difesa di quello precipitato nel… fondo.

Box BSI

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