Cristo del reparto subacuti

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Migliori di FacebookOggi ho incontrato Cristo. Sta in ospedale, nel letto accanto a mio papà. Il reparto si chiama “sub-intensivi” o “sub-acuti”, mica l’ho capito; ma so che è un posto più riabilitativo che medico, in cui la gente va perlopiù quando si deve ristabilire per poi uscire. Ma questo Cristo non ha proprio l’aria di uno che uscirà a breve. È immobile in un letto, muove a malapena la testa ma ha occhi vispi e sorride a tutti dicendo “ciao” con un filo di voce a stento percettibile. Il letto di Cristo ha un materasso ad aria che si chiama “Techniair” o giù di lì, che ti fa capire che siccome è lui che non si muove, sotto di lui ci vuole qualcosa che si muova per lui. Il Cristo del reparto subintensi o subacuti ha uno sguardo come quello dei suoi colleghi Cristi dei quadri delle pietà di ogni tempo. Guarda verso il soffitto con la bocca leggermente aperta, guarda da sotto in su, come quei Cristi deposti dalla croce dei dipinti rinascimentali. Ma per lui il Golgota non è una roba da settimana santa. Lui quella croce ce l’ha inchiodata sotto le chiappe da una vita.

Una signora, parente di un altro degente, mi ha raccontato che il Cristo della nostra stanza è così da vent’anni o più, che ha avuto non ho capito cosa alla schiena quando era un adolescente, e da allora niente. Nisba. Kaput. Non più gambe, non più braccia, niente. Una vita così. Ad un certo punto gli ho messo una mano sulla spalla, ma c’era solo una clavicola ed il calore della vita. E questo Cristo qui ti guarda e ti sorride, e non ha una mente lesa, e se lo vedeste sorridere e guardarvi con quegli occhi innocenti e per nulla incazzati capireste questa voglia che ho ora di gridare, strapparmi le vesti e disciogliermi in lacrime. No, perché il Cristo che ho conosciuto oggi manco ha la soddisfazione del cibo: gli danno una poltiglia marroncina direttamente nello stomaco. E nemmeno ha la consolazione di poter suonare il campanello per chiamare le infermiere dieci volte all’ora, visto che ha braccia delicate ed immote.

Le infermiere sono però la sua corte di Maddalene: lo chiamano per nome e ci scherzano. Lui dice loro “sei bella” e lancia vaghe e sussurrate proposte di matrimonio. Sono il suo universo istante dopo istante, e chissà come ci si sente a vivere crocifissi in quel letto, secondo dopo secondo, nel reparto subintensi o subacuti dove la gente passa per tornare a casa mentre lui è lì da due mesi e chissà cosa gli accadrà. Con quella fetta di soffitto e quel l’angolo di finestra e quei sorrisi a scandire la sua vita. La vita di un Cristo come tanti Poveri Cristi, che per qualcuno potrà valere meno della propria, per me vale un milione di volte la mia. Cristo si chiama Lorenzo e domani torno ad occupare, per un attimo, l’angolo del suo sguardo. Amen.

Francesca Margiotta

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