Gli operai sono tutti uguali, e tutti vanno ringraziati

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Di

gottardo massicciodi Cristina Zanini Barzaghi

In questo giorno storico, tutte e tutti tessono lodi sperticate per gli operai che hanno reso possibile la realizzazione della galleria più lunga al mondo. Abbondano i commenti nei social network e le interviste da parte dei media. Fa piacere che almeno oggi ci si ricordi anche di loro, che hanno fatto il lavoro più impegnativo e difficile.

Il loro orgoglio in questo importante giorno è sicuramente giustificato. Lavorare in galleria è molto duro: si sta lontani dalla famiglia e si è costretti ad emigrare ogni volta che finisce un cantiere. E lo stesso discorso vale anche per tutti gli altri operai dell’edilizia, che convivono con l’intenso lavoro e l’incertezza per il futuro. Ma fare le gallerie sembra premiare di più. Il 12 settembre scorso, in occasione dell’inaugurazione del LAC, non c’è stata alcuna attenzione mediatica e nessun ringraziamento particolare nei confronti di coloro che hanno costruito l’imponente edificio: eppure è stato il più grande cantiere in Ticino dopo Alptransit e l’autostrada.

Anche qui gli operai hanno lavorato come quelli dell’Alptransit, affrontando pericoli e sforzi non indifferenti. Anche qui gli operai erano spesso stranieri, residenti e frontalieri, come avviene in tutti i cantieri del nostro cantone. La mia conclusione è che purtroppo in Ticino gli operai non sono tutti uguali, come invece dovrebbe essere. Perciò oggi, in questo giorno così importante, vorrei anche ricordare tutti gli operai che si sono occupati delle opere esterne legate ad Alptransit: i ponti, i muri di sostegno, la centrale d’esercizio, le officine tecniche, l’impiantistica.

Mi mancheranno molto le gallerie elicoidali. Nell’Ottocento, la loro invenzione ha permesso di scegliere il tracciato del San Gottardo per la prima linea ferroviaria attraverso le Alpi. In ogni passeggiata scolastica oltralpe, i maestri spiegavano la genialità di questo accorgimento tecnico per superare le forti pendenze con il treno. Nessuno immaginava che sarebbero diventate anche un’attrazione turistica: chi non ricorda la chiesa di Wassen che si vede tre volte scendendo verso il lago dei Quattro Cantoni.

Quando più tardi negli anni Ottanta andavo a Zurigo a studiare al Politecnico, in Leventina, dal treno, si potevano vedere i cantieri autostradali in corso. Alla Biaschina le gallerie elicoidali permettevano di visionare tre volte la costruzione, allora in corso, del viadotto della Biaschina: un’enorme struttura costruita con la tecnica a sbalzo, ancora unica nel canton Ticino, scelta sulla base di un concorso pubblico d’ingegneria. Si tratta di uno dei primi ponti eseguiti all’epoca con una consulenza architettonica. Ancora oggi, questo viadotto è un esempio notevole di tecnica ardita.

Bruno Costantini oggi sul Corriere del Ticino rimpiange la chiesa di Wassen, io rimpiangerò il viadotto della Biaschina.

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