Rifugiati nei campi!

Di

Campi rifugiatidi Alessandro Schirm

Qual è la sfida? Ormai l’hanno capito anche i sassi: lasciare i rifugiati o i richiedenti l’asilo a macerare come vinaccia sul fondo di una botte non è produttivo per nessuno. Ecco allora un bel progetto, promosso dalla Segreteria di Stato della migrazione in collaborazione con l’Unione Svizzera Contadini.

Con un comunicato stampa uscito pochi giorni fa, scopriamo che l’uovo di colombo era lì che ci aspettava: tre anni di progetto (siamo al primo) per l’integrazione di persone ammesse provvisoriamente e di rifugiati riconosciuti nell’agricoltura. Il progetto per ora è un successo, con reciproca soddisfazione dei rifugiati e degli agricoltori. Leggiamo nel comunicato:

“In settori ad alta intensità lavorativa come l’orticoltura, la frutticoltura e la produzione vinicola, molti lavori vanno svolti ancor oggi manualmente. Senza il concorso di 25 000-35 000 lavoratori stranieri, perlopiù dimoranti temporanei provenienti dallo spazio europeo, non sarebbe possibile assicurare queste attività. L’agricoltura svizzera desidera dare il proprio contributo a impiegare meglio il potenziale di manodopera indigena. Pertanto, l’Unione svizzera dei contadini, con il sostegno della Segreteria di Stato della migrazione, ha avviato un anno fa un progetto pilota per l’integrazione di persone ammesse provvisoriamente e di rifugiati riconosciuti nell’agricoltura.”

Se i rifugiati apprezzano il miglioramento nell’ambito tecnico-professionale e nelle conoscenze linguistiche, gli agricoltori, dal canto loro, ne apprezzano il lavoro e i tentativi di integrarsi maggiormente. Il progetto pilota proseguirà fino al 2018. La speranza è che questo concetto venga esteso anche al Ticino, per dimostrare che una pacifica e produttiva convivenza è possibile.

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