Caro Bazzi, non è questione di croci. Ecco perché

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Di

Bazzi Leonidi Jacopo Scarinci

Nizza ha sconvolto tutti, ci mancherebbe. Come ci sconvolse il Bataclan, come ci sconvolse il diritto di satira annegato nel sangue. Il problema è che, molte volte, e da troppe persone, si sono sbagliati sia bersaglio sia motivazioni delle nostre indignazioni, delle nostre accuse.

Sono occidentale, Bazzi. Orgoglioso della mia cultura, della mia storia. Sono belle le croci montane (leggi qui l’articolo), coinvolgono, spiegano tempi, persone, valori: ma non sono la risposta. Essere occidentali, oggi, non vuol dire soppiantare fanatismo con altro fanatismo. Essere occidentali, Bazzi, significa comprendere che solo con istruzione, cultura e libri – tanti – si può uscire da questa spirale. Cosa ha differenziato il percorso di un Sadiq Khan diventato sindaco di Londra da un Salah Abdeslam? L’accesso agli studi, al mondo, alla conoscenza: a quelli che sono i nostri simboli europei, illuministi, occidentali, evoluti. Le poche biblioteche di Molenbeeck, Clichy-sous-Bois, Saint Denis non sono di casa per i ragazzi ghettizzati lì e cresciuti a pane e odio. Non sono un buonista, Bazzi. Sono perfettamente a conoscenza, e non le nego, le nostre colpe. Nostre come occidentali, avidi di denaro saudita come i belgi, superbi come i francesi che hanno creato quartieri dormitorio per togliere dai bei centri cittadini gli immigrati delle ex colonie, la manovalanza, la plebe. Bella la passeggiata dell’allora ministro degli interni Nicolas Sarkozy ad Argenteuil nel 2005, preso a sassate perché rivendicava quel territorio come Stato francese, non anarchia incendiaria. Bella, giusta, e da fare: l’autorità è l’autorità, lo Stato è lo Stato. Ma quelle rivolte furono il tappo saltato dopo anni di abbandono, incuria. “Si arrangino”, disse qualcuno. Anche cattolici che, però, delle croci da lei portate come panacea conoscono a stento il significato.

Non entro in battaglie di religione, non mi appassionano. Ma quelle culturali sì, eccome. Non sono buonista, ripeto: ho letto “Il suicidio francese” di Zemmour ben prima che fosse disponibile in italiano, raccolgo gli articoli di Finkielkraut, leggo prima il Figaro del Monde. La battaglia culturale della quale noi occidentali dobbiamo farci carico oggi è il recupero della nostra forza, certo, ma che non si ottiene con il primato del cattolicesimo, con la noncuranza, con il muro contro muro. La nostra forza la riacquisteremo quando parleremo con le madri dei ragazzi belgi e francesi andati in Siria per unirsi al jihad, chiedendo perché i loro figli si sentissero così abbandonati da cedere alle sirene diaboliche del Califfo. Io al liceo e all’università ho potuto studiare Voltaire, Montesquieu, Kant. Questi figli abbandonati all’estremismo dei genitori, dei vicini di casa, no. Sono cresciuti in mezzo alle macerie di decenni di errori, sottovalutazioni, incoerenze. La politica degli ultimi trent’anni ha fallito, scrive l’immenso Houellebecq, cantore della contemporaneità e disincantato osservatore. La guerra di civiltà che oggi molti non vedono essere in atto è figlia di situazioni, dinamiche che per quei decenni la politica e la società hanno scelto di non vedere. Non stava bene, non portava voti, era semplicemente brutto – forse.

La France est grande parce qu’elle est grande pour les autres”, disse Sarkozy a Villepinte durante la campagna elettorale del 2012. La Francia non deve rispondere con le croci, ma con la Schola Palatina cresciuta attorno a Carlo Magno, con l’illuminismo, Hugo, Zola, Monet, De Gaulle. Deve spiegarli nelle zone di periferia, far capire perché è un grande Paese, insegnare agli immigrati di seconda, terza generazione in che posto ricco di cultura, storia, arte e vita sono arrivati.

E che bel posto è per vivere.

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