Damiano Realini a tutto campo su Hubert, le critiche, Il Gioco del Mondo, Turné e la cultura on the road

Pubblicità

Di

Fresco di reprimenda da parte dell’Associazione a difesa del servizio pubblico, abbiamo incontrato Damiano Realini. Con lui abbiamo parlato di Hubert, televisione e di una cultura desacralizzata che con Turné ha trovato sia una casa, sia una nuova e seguita dimensione.

Damiano, che casino!

Quale?

Eh la puntata che hai fatto con Hubert ospite, la lettera di Scacchi e Pestoni… Roba tosta.

Beh, a me ha sorpreso l’accusa di proselitismo di Destra. Noi invitiamo delle personalità note stando sempre attenti, durante la programmazione annuale, a garantire un equilibrio fra Destra e Sinistra, uomini e donne, pubblico e privato. Da mandato pubblico, insomma. Non mi va di essere etichettato politicamente a dipendenza dell’ospite invitato. Lo trovo paranoico.

Avete invitato Franco Cavalli comunque in passato.

Ma infatti. Va bene, abbiamo intervistato il ricco magnate vallesano a capo di 16 cliniche private, ma anche Cavalli, Noseda e altri difensori, orientati a Sinistra, del servizio pubblico. Non ho capito, davvero, dove stia il problema.

Ti accusano di essere stato accondiscendente.

Sì, in pratica mi hanno imputato di non essere stato in grado di ribattere a un attacco di Hubert alla sanità pubblica ticinese, attacco che tra l’altro farebbe parte di un prevedibile gioco delle parti. In realtà poi, riguardando con attenzione la trasmissione, ben si capisce che lui ha detto proprio il contrario lodando la sanità pubblica ticinese, capace di indipendenza.

E poi insomma, gli hai detto in faccia la storia del carcere, che a scuola non andava bene, che i suoi nemici lo accusano di essere un bulldozer dell’economia sempre ai limiti delle leggi, hai pure evocato una somiglianza con Bernard Tapie, che proprio un santo non è.

Durante l´incontro non ho taciuto nessuno dei temi un po’ caldi che riguardano l´imprenditore controverso. Mi sembra proprio che quelle di Pestoni e Scacchi siano accuse fuori bersaglio. Inoltre il nostro non è un programma di cronaca o inchiesta dove si attivano dinamiche di intervista che devono contestualizzare le cose. Noi vogliamo far emergere il personaggio, caratterizzarlo. Ad esempio, la questione dei tre elicotteri: può piacere o non piacere, ma definisce il personaggio. Perché dovrei tacerlo?

Lo reinviteresti?

Lo reinviterei eccome Antoine Hubert. Lo abbiamo caratterizzato, abbiamo spiegato come il figlio di due insegnanti sessantottini possa, senza formarsi a scuola, aprire la sua azienda e avere poi successo. E lo rifarei anche perché abbiamo raccontato una storia tipicamente svizzera.

Tipicamente svizzera?

Certo! Quella di Hubert è una storia tipicamente svizzera, di uno svizzero. L’economia svizzera e tutto il sistema hanno fatto sì che quest’uomo facesse tutti questi soldi: piaccia o non piaccia. Ha fatto tutto in Svizzera, compreso il carcere. Hubert è diventato ricco seguendo le regole del gioco svizzere. Una storia svizzera in un programma che racconta storie ci stava.

Si può sempre imparare, da chiunque.

Certo: se un personaggio ti piace può confermarti le tue idee su di lui, e se non ti piace o ribadisci la tua opinione o te la fa cambiare: è bellissimo. E così ogni ospite finisce, in un modo o nell’altro, per essere istruttivo. Lo può essere Antoine Hubert, così come Chiara Amirante o fra Mauro Jöhri (religiosi dediti alla povertà e alla castità che si sono espressi al Gioco del Mondo). Sono tutti volti noti che cerchiamo di caratterizzare andando a scovare la persona che c´è dietro il personaggio, alla ricerca del lato inedito.

Mai avere pregiudizi quindi?

Mai! Detesto l´arroganza del giornalista che si fa la ricerchina su Wikipedia, facendosi poi influenzare dai cliché precostituiti. Io non voglio correre il rischio di avere una attitudine pregiudiziale perdendo la possibilità di scoprire aspetti nuovi e curiosi di una persona. Non voglio, in definitiva, perdermi la possibilità di innamorarmi di certe storie, di farmi sorprendere. Basta col bianco e il nero.

Hai intervistato personaggi agli antipodi tra di loro, è un po’ il senso del programma no?

Sì, perché ti metti alla prova con tutte le sfaccettature del mondo. Noseda, Cavalli, Andrea Roncato, Michela Murgia che ti parla di adozioni, Carlo Ossola che è un italianista di livello, Mara Maionchi, Gino Paoli… Bisogna cercare di empatizzare, adattarsi per estrarre il miglior miele da chiunque, a dipendenza del soggetto. Andrea Roncato, il comico di “Gigi e Andrea”, ha recitato una poesia antiabortista, Mara Maionchi al terzo uno col dado ha esclamato che ne aveva piene le palle di fare uno. Mi piacerebbe che l´ospite si sentisse a suo agio nel raccontare cose, ed essere se stesso.

In giacca e cravatta al Gioco del Mondo e in scarpe da tennis a Turné. Doppia personalità cavalcante o divertimento totale?

Ma la seconda certamente! Mi trovo veramente benissimo in questo ruolo.

Turné piace davvero molto, riesci a rendere accessibile a tutti ciò che non è accessibile per definizione: la cultura.

Lo guardano il giardiniere e l’operaio, la barista e la poliziotta. Quando mi fermano per strada per rivolgere a me e pure ai miei bravissimi colleghi i complimenti, beh confesso che è meraviglioso. Si lavora sì per la pagnotta ma anche per i complimenti che, tra l’altro, giungono generalmente anche dagli intellettuali. Il nostro compito è rendere accessibile a tutti l’attualità culturale della Svizzera italiana.

Far cultura in televisione farebbe scappare molti ancor prima di provarci.

Sì, è vero, sembra molto complicato. La radio e il giornale forse sono mezzi dotati di grandi spazi, che meglio si prestano all’approfondimento, all’argomentazione, da sempre territori correlati all’idea della cultura. Noi, che abbiamo venti minuti per raccontare una settimana di cronaca culturale, ce la giochiamo con ritmo, dinamica, velocità, agilità, ricorrendo spesso ad espedienti giocosi leggeri. La “brevità” tuttavia, secondo noi, non necessariamente significa superficialità. Dante in una terzina riusciva a chiudere l´intera vita di un uomo e i grandi ballerini di tango li vedi negli spazi stretti. Con questo non voglio dire che noi riusciamo ad agganciare la profondità in pochi minuti, ma almeno ci proviamo. Del resto un soggetto, con la giusta narrazione – sì, anche pop – può essere raccontato in 200 secondi. Di sicuro non correremo il rischio di annoiare: cioè il peggio che può succedere in tv, il peggio che può succedere nel nostro programma. Se poi su questa via perderemo un intellettuale, beh ce ne faremo una ragione, barattandolo con un sorriso in più raccolto in strada. Alla fine però succede anche che un accademico come il linguista Alessio Petralli si presti a giocare a tennis con noi emulando Fantozzi e Filini, parlando della rivoluzione dei congiuntivi à la Fantozzi. “Venghi” e “vadi” per intenderci.

E con gli indici d´ascolto come siete messi?

I nostri indici vanno dal 40 al 50%, tradotto: su 100 tv accese alle 19.15, 45 apparecchi sono sintonizzati su Turné. Il feedback del pubblico televisivo è positivo. Ovviamente siamo avvantaggiati dal fatto che il nostro magazine è incastonato all’interno di una macchina d´ascolti come il Quotidiano. Ma è proprio per questo che ci sentiamo responsabili nel garantire continuità nei numeri che la cultura potrebbe far perdere laddove, su altre reti, ci sono intrattenimento, quiz e sport.

In una fascia oraria di lusso tra l’altro.

Chi ha pensato la programmazione di Turné in palinsesto, ha rotto lo schema della cultura di nicchia in terza serata. Un atto di coraggio sì, ma anche apprezzato dal Consiglio del pubblico, quello di portare un magazine culturale all’interno di una fascia oraria complicata.

E poi dai, la cultura on the road è fantastica.

La cultura nasce dalla strada e noi alla strada cerchiamo di riportarla, uscendo innanzitutto dagli studi televisivi coi professori e le sedioline che – intendiamoci – a me personalmente piacciono, ma che non appartengono al nostro target. “Desacralizzando” la cultura, a partire proprio dai luoghi, cerchiamo di renderla appetibile, divertente.

Come sta la cultura in Ticino? Quanto è ancora complessata?

Non saprei dirti, mi pare che comunque un certo approccio non complessato alla cultura già ci sia. Di sicuro in Ticino non manca lo spazio – fra manifestazioni ed eventi – per la cultura intesa come intrattenimento. Il che non è un male. Del resto da Shakespeare in giù l’arte e la cultura non possono essere anche divertenti? Mi sembra siamo a tetto, dai. O dovrei dire la chiudiamo qui?

Grazie Damiano. Alla prossima.

Ciao!

Pubblicità

GAS è gratuito, perchè riteniamo fondamentale che il maggior numero di lettori possibile possa avere un’informazione alternativa rispetto alla stampa ufficiale.

Il nostro lavoro, tuttavia, comporta degli investimenti. Abbiamo scelto di non ricorrere alla pubblicità per non “sporcare” il sito con annunci pubblicitari, e mantenere la nostra indipendenza rispetto al mondo imprenditoriale ed economico. Ci sosteniamo solo tramite le adesioni dei nostri soci e le donazioni dei nostri lettori.

Se anche tu vuoi aiutarci ad andare avanti nel nostro lavoro di informazione indipendente e alternativa, puoi contribuire diventando socio di GAS oppure con una donazione libera. Grazie per il tuo supporto.

SOSTIENI GAS NO,GRAZIE!