Germania Ovest-Olanda, “Ci hanno fregati ancora”

Di

Cruijffdi Jacopo Scarinci

42 anni fa proprio in queste ore, all’Olympiastadion di Monaco, la Nazionale più forte di tutti i tempi, l’Olanda di Cruijff, perse la finale mondiale contro la Germania Ovest di Gerd Müller. Quella stessa Germania Ovest che, 20 anni prima, nel mondiale svizzero del 1954, fece il “miracolo di Berna” battendo in finale la “Squadra d’oro” ungherese di Puskàs. “Il calcio è un gioco semplice: 22 uomini rincorrono un pallone per 90 minuti, e alla fine la Germania vince” disse l’inglese Gary Lineker dopo essere stato eliminato – ma pensa – dai tedeschi nelle semifinali di Italia ’90.

Quella finale del 1974 è entrata nella leggenda non solo dello sport, ma della vita di chi c’era e di chi ha visto solo dei video, di chi ama il calcio e di chi semplicemente ama le storie. Perché quella finale fu una storia, con attori protagonisti, comprimari diventati stelle, lacrime amarissime e il dolore di veder andar malinconicamente via ciò che hai accarezzato e che gli Dei del calcio – quel giorno in ferie – avrebbero dovuto lasciarti.

Iniziò bene per i tulipani. Calcio d’inizio battuto da Cruijff e, inarrivabile e impareggiabile definizione del maestro di tutti noi Federico Buffa, “poi inizia un Bolero”. Un crescendo di passaggi, visione, genio che esplode con l’accelerazione di Johann che si attacca il pallone al piede, si beve Berti Vogts, entra in area e Uli Hoeness è costretto a stenderlo. Sul dischetto Neeskens: gol. Un minuto e 18 secondi, l’Olanda è già davanti senza che i tedeschi abbiano toccato palla. Sembra tutto scritto. Ma non è così.

Sempre secondo l’impeccabile analisi di Buffa, questo fu l’inizio della fine. Motivi politici, antipatie e un po’ troppa presunzione hanno fatto pensare ai tulipani di poter prendere in giro la Germania Ovest per 90 minuti. “Non lo fare coi tedeschi, non lo fare… fra un po’ arrivano, gioca.” E difatti, al minuto 25, l’attore non protagonista va al centro del palco: Bernd Hölzenbein sfonda la sedata difesa olandese, entra in area e Wim Jansen lo atterra. Sul dischetto l’immenso Paul Breitner: gol. 25 minuti sul tabellone, 1-1, e la partita è finita.

Sì, perché l’Olanda si sgonfia minata nelle proprie certezze e la Germania Ovest pianta le tende nella metà campo oranje. Cruijff e Rep si mangiano un contropiede, e come legge del calcio vuole, gol sbagliato gol subìto. Minuto 43, Bonhof in velocità sul lato destro mette un pallone in area e Gerd Müller fa una cosa senza senso: la palla è dietro, e lui aiutato dal baricentro basso, il fiuto e vari doni di natura divina riesce a segnare dopo un movimento che se lo facessimo noi comuni mortali ci procurerebbe strappi a ogni muscolo della gamba. 2-1. Il secondo tempo, in pratica, non si gioca. La Germania Ovest controlla, l’Olanda non cava un ragno dal buco. Triplice fischio.

Zijn we er toch nog ingetuind“, disse il telecronista olandese Herman Kuiphof. “Ci hanno fregati ancora.”

Di questa finale, che non è solo una finale, ma la storia di uomini che oggi sui campi da calcio ce li sognamo, si potrebbe parlare ore. Il pragmatismo tedesco che ferma la fantasia olandese, la solidità che vince sul calcio totale e via così. Ma ci sono quei 78 secondi iniziali, quella sinfonia di passaggi, quell’allegro andante e c’è Johann Cruijff. Come Puskàs ha segnato epoche, fatto innamorare milioni di persone e spiegato l’arte. Come Puskàs ha vinto tutto con i club, e niente con la Nazionale. Come Puskàs, ha avuto il potere di far commuovere i cuori duri. Come Puskàs ha avuto il potere di spiegare la bellezza della fantasia al potere, dell’anarchia organizzata, della sconfitta che ti consegna comunque alla leggenda.

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