Il lago non perdona, lo sapevi?

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Di

eritreodi Corrado Mordasini

Era marrone, giovane e con gli occhi di cerbiatto. Le labbra piene e il fisico asciutto delle genti che provengono dall’acrocoro etiopico e dalle sue pendici. La fronte alta dei banditi dancali e i morbidi ricci della gente dell’Afar. Lo sguardo fiero degli Hamara e le membra sottili degli Shao. Era un coacervo di tribù che si muovono da secoli in quelle terre.

Figlio delle guerre e delle incursioni tribali. Figlio di una terra amara e sterile e di una patria inesistente. Era scappato dal suo paese per non fare il militare, per evitare quella ferma a vita che obbliga gli eritrei a portare il fucile, e servire nell’esercito per decenni. Un lavoro forzato e come attrezzo un kalashnikov.

Era arrivato da noi e aveva chiesto asilo ‘sto negro. L’UDC dice che fingono. Che là stanno bene. Boh, magari è vero.

Non so come si chiamasse, dai, diamogli un nome, così è più facile. Quando nacque la madre attese gli 8 giorni canonici prima di presentarlo ai vicini e ai parenti e lo chiamò Tesfai. Per 40 giorni, come vuole la tradizione, Mamma Mariam lo accudì aiutata e sostenuta dalle altre donne.

‘Sto faccione di Tesfai scappa dall’Eritrea. Lui il militare non lo vuole proprio fare, e anche i rapporti col papà non sono un granché. Gli spiace un po’ per la mamma, ma lui è giovane e poi prima o poi tornerà a casa. 21 anni ha questo farabutto marrone. Faccia da schiaffi, piace a tutti Tesfai.

L’altro giorno si annoiava e aveva caldo. Allora Tesfai va con degli amici al lago. Capperi, bello ‘sto lago. A casa sua non è che ce ne siano tanti. L’acqua è fresca e la giornata spettacolare, pensate che anche io in quelle ore ero in Val Maggia, un pozzone fighissimo, l’acqua verde cupo, gli alberi smeraldini e il cielo azzurro come gli occhi di una Madonna dipinta. Mentre io stavo sdraiato al sole a godermi quella giornata bellissima che il Dio di tutte le genti aveva messo lì come un gioiello, Tesfai affogava.

Dopo aver attraversato i deserti della Libia e avere affrontato il canale di Sicilia. Dopo essere riuscito a raggiungere un centro asilanti di Lugano. Tesfai affogava alla foce del Cassarate. E io ero sdraiato e guardavo attraverso le foglie di una quercia il sole che mi faceva gli scherzi. E lui affogava. Giù, nel cupo blu.

Io sono nato vicino al Verbano. L’acqua è nei miei geni, sono come una rana, nuotavo già da piccolo e amavo tantissimo scendere sott’acqua in apnea. I primi 50 centimetri sono caldini, poi l’acqua raffredda. A due metri è già gelida, e più scendi più scende la temperatura. È per quello che i corpi degli affogati si conservano nel lago. Vanno a fondo. E il freddo se ne occupa come una madre, anche per anni, senza farli marcire. A quella profondità l’acqua ha anche poco ossigeno e non ci sono pesci a mangiarti la faccia. Resti lì se non ti trovano.

Tesfai l’hanno trovato. ‘Sto scemo. Lo sanno tutti che le foci sono pericolose. Il fiume porta la sabbia al largo. Metri cubi di sabbia che fanno una montagna. Un momento tocchi e dopo due secondi ti scivolano via i piedi e hai davanti un abisso. L’abisso di un lago profondo 288 metri.

A me papà me l’ha insegnato da piccolo. Ma noi siamo gente di lago, come diceva Van de Sfroos: laghée.

Si tratta di un 21enne eritreo richiedente l’asilo dimorante nel Luganese. Lo stesso, per cause che l’inchiesta di polizia dovrà stabilire, è deceduto.”

 Scrivono questo i giornali. E io dico che Tesfai era un Tigrino che pregava il Dio ortodosso copto. Io dico che Tesfai vedeva la luce attraverso l’acqua mentre io ero sdraiato al sole a 50 chilometri di distanza. Io dico che Tesfai ha avuto poprio un destino ignobile. Un po’ buffo anche. È come sopravvivere a un bombardamento e morire perché ti scoppia in faccia la bombola del gas.

Ciao Tesfai, ciao piccolo tigrino marrone dalle membra sottili. Ciao negro. Ciao zio. Ciao poveraccio. Ciao stupido ignorante, lo sapevi che non ci dovevi andare lì o no? Lo sapevi? Perché non vi insegnano queste cose? Lo dicono ai turisti in Verzasca e a voi no.

A te no Tesfai.

Che l’acqua ti sia lieve Tesfai. Addio.

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