La sindrome d’assedio tutta ticinese

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Di

svizzeridi Bruno Samaden

Quante volte si dice che niente come lo sguardo di uno straniero aiuta a capire meglio noi stessi? Mai abbastanza. Il Corriere del Ticino, da qualche tempo, affida questo importante compito a un comunicatore universitario comasco, Andrea Costa, che cura una rubrica chiamata “Oltre la frontiera”.

Costa ha sempre offerto analisi lucide, leali, corrette e, appunto perché tutte calzanti, alle volte dolorose. Spinge a riflettere su noi stessi, sulla nostra mentalità alle volte provinciale e alle volte vittima di desideri di grandeur che manco De Gaulle. Costa indaga le somiglianze con la Lombardia, le nostre contraddizioni, le nostre incoerenze e, per certi versi, i tratti distintivi di certe mentalità chiuse ad ogni confronto. Ecco, il confronto: è questo che Costa prova sempre a rilanciare, assieme a un dibattito, un ragionamento che prenda in considerazione che quella frontiera a Chiasso divide due nazioni, due modi di vivere e di essere ma anche esseri umani, spesso più simili di quanto credano.

Nell’articolo pubblicato il 21 giugno, Costa ha parlato della sindrome da assedio di cui sono vittime molti, moltissimi ticinesi. Viene difficile dargli torto. Dai discorsi da bar alla politica, passando per il puro folklore, il sentir comune è proprio questo: siamo sotto assedio, aiuto! Ed è una cosa tutta ticinese. Prendiamo a confronto il Canton Grigioni, che pure esso confina con l’Italia. Quando si passano Chiavenna o Tirano e si entra in Svizzera, non ci sono bandiere svizzere ogni metro e bandiere grigionesi ogni due. A Poschiavo, di bandiere ci sono solo quelle appese alla Casa comunale. Questo perché il Grigioni italiano non ha bisogno di manifestare, ostentare ogni dì la propria identità. Alle finestre e ai balconi le bandiere svizzere ci sono per il Primo di agosto e per gli eventi sportivi, a Sils-Maria ci sono più indicazioni per la casa di Nietzsche – uella, un tedesco! – che bandiere al cielo, se parli con un grigionese – e, venendo da lì, ne so qualcosa – ti farà discorsi sicuramente meno forti e virulenti di un ticinese.

I ticinesi vivono in un fortino che si sente costantemente sotto assedio, dice Costa, il quale ha ragione nella misura in cui la percezione è esattamente questa. Il giorno in cui capiremo che siamo noi ad assumere frontalieri, noi ad aver avuto banche lavatrici, noi che sputiamo sull’Italia ogni giorno salvo riempire il baule dell’auto nei loro supermercati forse la percezione cesserà, e con essa la sindrome d’assedio.

Intanto grazie ad Andrea Costa, è anche con persone come lei che noi impariamo a conoscerci meglio.

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