Una bicicletta ci salverà

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Di

bartali

di Gherardo Caccia

In queste sere di emozioni contrastanti, di terrorismo, di tensioni sociali, colpi di Stato veri o presunti, mi sovviene alla mente una storia. Una storia d’altri tempi, quando il mondo era ancora fragile dopo le devastazioni della Seconda guerra mondiale e alcune nuove democrazie ancora si stavano costruendo e temprando. Era luglio, come oggi, c’era il Tour de France, come oggi. Era il 1948.

La nostra storia comincia proprio il 14 luglio, in un’anonima pensione francese nei pressi di Cannes, a pochi km da quella Nizza che in questi giorni tiene tristemente banco su giornali e tv. È sera, in quella pensione la squadra di ciclisti italiani sta terminando la giornata di riposo prima di affrontare le Alpi, puntare nuovamente su Parigi e finire quel Tour che sembra che non abbia più nulla da dare per quell’anno. Gino Bartali è a 21 minuti dalla maglia gialla Bobet. Non ci sono neanche più tanti giornalisti, rientrati in patria proprio perché di quel Tour non c’è più niente da scrivere: Bartali è vecchio, è finito. Il clima è mesto. Ad un certo punto squilla il telefono: “Gino è per te!” e Bartali prende la cornetta. Dall’altra parte la voce composta ma risoluta di Alcide de Gasperi, Presidente del Consiglio italiano.

Nel pomeriggio vi è stato l’attentato al leader del PCI Palmiro Togliatti, il paese è in preda a scontri in svariate città, l’Italia è sull’orlo della guerra civile. “C’è una gran confusione, Bartali, le devo chiedere un favore” “Ma cosa posso fare io? Sono solo un ciclista, so solo andare in bicicletta io” “Bartali, lei deve vincere il Tour.” Ci sono 21 minuti da colmare e siamo a metà del Tour. Bartali mette giù la cornetta. Il mattino dopo la carovana di ciclisti parte da Cannes direzione Briançon. Bartali vuole vincere, deve vincere, sia per se stesso, sia per cercare di distrarre e placare i roventi animi degli italiani. All’arrivo, il capitano della squadra italiana è primo. Louison Bobet è andato alla deriva, accusando un ritardo di 19′ abbondanti: ora il suo vantaggio su Bartali è ridotto ad una miseria, poco più di un minuto.

Il 16 luglio è in programma un altro “tappone”, 263 km da Briançon ad Aix-les-Bains. Anche in quest’occasione Bartali è incontenibile, e nessuno riesce a tenere la sua ruota: il primo dei battuti, ovvero Stan Ocker, arriva a quasi 6 minuti, con il toscanaccio che conquista la maglia gialla. L’Italia è in estasi per queste imprese, lo stesso Togliatti, ripresosi dopo l’operazione, si compiace per quanto sta accadendo al Tour. Il Belpaese riesce ad uscire gradualmente da una situazione drammatica: niente rivoluzione, niente guerra civile, si fermano anche i ferocissimi scontri di piazza, ritornando passo dopo passo alla normalità.

Quando il 25 luglio Bartali sale sul podio parigino, la situazione in Italia si è definitivamente placata: quasi come se una mano invisibile avesse dato più di una spinta al sellino dell’atleta toscano, riuscito in un’impresa entrata di diritto nella leggenda sportiva, oltre ad aver contribuito in modo decisivo a rasserenare una situazione sociale davvero inquietante. L’Italia era ad un passo dal baratro, e Bartali la salva pedalando. Forse questa storia rimarrà fine a se stessa, o forse no. Forse a quasi settant’anni questa storia ci può ridare quel poco di umanità che ci è stata rubata.

 

Che se per distruggere delle vite basta un camion, per salvarle basta una bicicletta.

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