“Anche alle Olimpiadi conta vincere più che partecipare, speriamo di divertirci. E peccato per Federer”

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Di

20151102sportscarincidi Jacopo Scarinci

Alla vigilia della cerimonia d’inaugurazione delle Olimpiadi di Rio de Janeiro, abbiamo fatto due chiacchiere con Pietro Nicolodi, telecronista e giornalista di Sky Sport che da sempre segue – per passione e per lavoro – una grande varietà di sport. Dal calcio all’hockey, dal baseball al nuoto, dalla scherma all’atletica. La persona giusta, quindi, per parlare del senso che hanno ancora le Olimpiadi nel 2016 e del loro essere un mezzo di diffusione di un sacco di discipline.

Pietro, alle Olimpiadi salgono alla ribalta discipline stimolanti e divertenti che negli altri quattro anni non si fila quasi più nessuno. Penso alla scherma, ad esempio. È la magia olimpica?

Guarda, ti parlo dell’esempio italiano. Da noi la scherma ha una tradizione pazzesca, è una delle poche cose che funziona in tutto il Paese. Continua a produrre atleti di livello da ottant’anni a questa parte grazie a delle scuole straordinarie, che vivono senza mezzi o quasi e sono condotte in maniera esemplare. L’Italia purtroppo è un Paese dove si vive solo di calcio o quasi, e gli eventi come europei o mondiali di scherma non hanno molto seguito. Ed è un errore, perché senza la scherma alle Olimpiadi l’Italia avrebbe un bel po’ di medaglie in meno.

Sempre rimanendo sulla scherma, Valentina Vezzali o Aldo Montano sono due simboli e anche due riferimenti per i giovani di tutto il mondo. Uno stimolo a crescere, un modello.

Se parliamo di Vezzali e Montano, parliamo di gente incredibile, con carriere che lasciano senza parole. Valentina Vezzali è la più grande agonista di tutti i tempi. Pensa, io l’ho vista in gara pure al campionato italiano, e ti garantisco che anche lì era una macchina schiaccia sassi, puniva le avversarie una dietro l’altra come fosse la finale olimpica e invece era il primo turno del campionato italiano. Qualcosa di veramente clamoroso: la fame della vittoria, la serietà e l’impegno certo che possono essere modelli per i giovani.

Da queste Olimpiadi di Rio de Janeiro che stanno per iniziare cosa possiamo aspettarci? Quale sarà secondo te la disciplina che ci regalerà più spettacolo?

Il nuoto è in un grandissimo momento, e soprattutto è pieno di personaggi di grandissima qualità che possono tutti finire a medaglia. Penso se la giochi con l’atletica a livello di spettacolarità, anche se va detto come l’atletica sia il vero sport dei giochi. Invece, nonostante questo, adesso il nuoto ha una super dignità: l’ha sempre avuta eh, ma ora siamo quasi ai livelli dell’atletica. Ha dentro tante storie fantastiche, ha Micheal Phelps che ci prova un’altra volta e questo da solo vale il prezzo del biglietto. Se riuscisse a vincere ancora qualcosa non avrei la minima idea di dove riuscirebbe a mettere le medaglie. Insomma, ci sono tanti grandi atleti che possono offrire spettacolo e speriamo di divertirci.

Il rugby a 15, nella forma originale, è stato disciplina olimpica nel 1900, 1908, 1920 e 1924. Ora torna a essere protagonista nella versione a 7. Qual è il tuo pensiero al riguardo?

Il rugby a 7 per quanto sia abbastanza divertente non è che mi entusiasmi così tanto. Ci può stare però, anche perché a 15 è impossibile organizzare un mini torneo di due settimane: la terza partita finiresti a giocarla con tutta un’altra squadra perché gli altri son tutti morti.

Non ci si sta allargando un po’ troppo?

Eh forse sì. Anche il golf, ad esempio, non riesco affatto a vederlo come sport olimpico. Siamo in un’epoca diversa, bisogna adattarsi e va benissimo. Io sono molto nostalgico, non dico che vorrei il ritorno del dilettantismo alle Olimpiadi perché sarebbe davvero anacronistico, però…

Però forse è De Coubertin a essere un po’ anacronistico oggi.

Io in De Coubertin non ho mai creduto più di quei 25 o 26 secondi. Sì, è bellissimo partecipare e se non hai ambizioni di medaglia è chiaro come la partecipazione sia davvero la cosa più importante e che conti solo divertirsi. Ma se hai possibilità di vittoria sai com’è, il partecipare è del tutto secondario: conta solo vincere, direbbe Boniperti.

A proposito di vincenti. Sarà l’ultima Olimpiade di Usain Bolt, l’ultima di Micheal Phelps e sarebbe stata l’ultima di Roger Federer. Che non ci sarà causa ginocchio malandato. La questione dell’oro olimpico in singolare sfuggitogli a Londra contro Murray non verrà chiusa.

Federer avrebbe potuto smettere tre anni fa e sarebbe già stato leggenda, non è certo l’oro olimpico in singolare che gli cambia la vita anche perché, in doppio assieme a Wawrinka a Pechino, un oro in vetrina l’ha già messo. Lui ci teneva tanto ad arrivare a questo traguardo, ma il non raggiungerlo non toglie assolutamente nulla a un giocatore leggendario e, soprattutto, a una persona con una classe veramente straordinaria. È davvero una persona particolare, con dei modi unici, una gentilezza pazzesca, innata, che gli fa sopportare da anni una quantità di pressione, in giro per il pianeta, davvero altissima. E sempre col sorriso.

In questa epoca di doping, sponsor e contratti milionari qual è il senso delle Olimpiadi? Dal punto di vista sociale e sportivo che funzione hanno?

Purtroppo non è che possano fare molto, ormai la concezione di sport è questa, e ahinoi non è una cosa nuova. Da tempo il doping è al limite, già dalla generazione passata abbiamo avuto casi di doping di Stato come quello russo scoperto in queste settimane. Il problema è che ci sono troppi medici collegati allo sport.

Ed è la conseguenza di cosa?

Guarda, metto dentro anche me e la mia categoria. Forse è colpa anche nostra, dei giornalisti, che spesso valutiamo le prestazioni solo a seconda del risultato o della prestazione cronometrica. Quante volte, nell’atletica, il commento è “Ha vinto Bolt con un deludente 10.05”? Deludente? Ma siamo pazzi? O pensa al Tour de France: una volta si partiva alle 9 e si arrivava alle 17, ora corrono qualche ora in meno ma fanno delle medie pazzesche. Tutti gli sport sono diventati più veloci. Una volta nell’hockey quello alto due metri – quando lo facevano giocare – era lento come una lumaca, ora quello di 1.95 è veloce come quello di 1.70 e ti tira dei dischi che ti mandano dall’altra parte del pianeta.

Però le Olimpiadi sono sempre le Olimpiadi.

Anche come giornalista le vivi come un’esperienza incredibile. Vivi e respiri attorno all’evento un’aria che non c’è da nessuna parte, non c’è con i mondiali di calcio, non c’è in eventi di atletica: non c’è in nessun altro evento. Non so neanche spiegarti bene come, ma anche tra giornalisti nascono amicizie, conosci atleti, vivi l’entusiasmo pazzesco della gente. Si respira la storia autentica delle Olimpiadi.

A quali tue esperienze sei più legato?

Un po’ tutte. Salt Lake City era un posto del cavolo e poco prima c’era stato l’11 settembre, quindi ti lascio immaginare. A Torino sono riusciti a rendere ultraviva una città che con tutto il rispetto non lo è mai sembrata tanto, Vancouver è stata spaziale, con un ambiente meraviglioso. Londra è stata davvero una cosa favolosa: non ho mai visto tanta gente in vita mia. Nella prima settimana c’era un’autentica fiumana di gente a vedere sollevamento pesi, judo o tennis tavolo: sarebbe bello succedesse anche gli altri quattro anni, ma vabbè.

E qui torniamo alla prima questione, quella delle Olimpiadi come mezzo di diffusione di tutte le discipline e gli sport.

Io vengo da un posto, l’Alto Adige, dove il calcio è importante ma per fortuna non è l’unica cosa. Noi siamo cresciuti con la tv svizzero tedesca, quella austriaca e quella tedesca che hanno sempre mandato tutti gli sport. A Sky ogni tanto mi guardano strano siccome seguo in pratica ogni sport, sarebbe bello che ciò diventasse una cosa comune… normale.

Grazie mille Pietro, e speriamo di divertirci.

Sicuramente!

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