Appunti di Viaggio dal Ruanda – Terza parte: Scuole, ragionamenti da Musungu

Di

umugandadi Cristina Zanini Barzaghi

In Ruanda la vita è concentrata lungo le strade, ci sono piccoli commerci in case dipinte a colori vivaci per pubblicizzare compagnie telefoniche cinesi o marche di birra del Belgio. Ci siamo spostati con un fuoristrada per centinaia di chilometri lungo strade in gran parte sterrate e a ogni incrocio abbiamo incontrato persone che aiutano a fare i pagamenti con il telefonino, che qui viene utilizzato come banca. Siamo stati colpiti dal fatto che ovunque, anche in aperta campagna, ci sono molte persone che camminano lungo le strade: uomini che spingono biciclette cariche di taniche da riempire con acqua, donne con ceste di banane in testa e bambini legati sulla schiena, ma soprattutto ci sono tantissimi bambini. Ci spiegano che qui ogni donna ha in media più di quattro figli e che il Ruanda ha un’alta densità di popolazione (più del doppio della Svizzera[1]).

Verso mezzogiorno, i bambini tornano a casa da scuola: indossano la divisa e hanno borse per i quaderni ricavate dai sacchi di farina e alla vista di noi Musungu (gli stranieri bianchi) inseguono correndo e salutano festanti. Le scuole sono distribuite sul territorio anche nei luoghi più disagiati. Ne abbiamo visitate parecchie nel nostro soggiorno: scuole elementari, scuole per il recupero di adolescenti problematici, per disabili, per malati d’Aids. I mezzi dati dal governo locale sono capillari ma minimi, e quindi spesso le scuole per funzionare devono fare capo ad associazioni caritatevoli, organizzazioni internazionali o a chiese di varie religioni. Abbiamo assistito a delle lezioni e abbiamo visto anche i discutibili computer verdi della campagna mondiale “Un computer per bambino”[2]: discutibili perché probabilmente a guadagnarci sono soprattutto coloro che li vendono. Non è infatti evidente accompagnare l’apprendimento dei bambini alle nuove tecnologie se i docenti non hanno una formazione adeguata. E non è neppure evidente affrontare la scelta fatta nel 2008 dal governo di passare dal francese all’inglese come lingua ufficiale, che si parla in aggiunta alla lingua locale kinyarwanda. Genitori e docenti che parlano un francese spesso stentato, devono ora seguire i figli che imparano in inglese. È come se da noi improvvisamente, senza alcuna misura transitoria, si passasse dall’italiano all’inglese.

Lo sviluppo del paese è limitato da queste carenze. I ritardi enormi nella costruzione delle infrastrutture, sono facilmente spiegati dalla mancanza di personale formato. La popolazione è volonterosa ma ha poche nozioni tecniche per l’agricoltura, le costruzioni o la piccola imprenditoria. I progetti che abbiamo visitato sono seguiti sul posto da persone che si sono formate altrove, principalmente in Europa, che ti raccontano di voler mandare i propri figli a studiare all’università in Cina. Sicuramente i nostri aiuti danno possibilità di sviluppo e una maggiore autostima anche alle persone semplici, ma si dovrebbe fare di più per favorire sul posto la formazione professionale e superiore dei giovani, soprattutto delle ragazze.

Ma fintanto che le donne hanno così tanti figli, sarà difficile seguire l’educazione dei propri figli e avere risorse sufficienti per la scuola. E qui si entra nel campo della pianificazione famigliare, altro tema difficile da raccontare in un’altra puntata.

[1] https://it.wikipedia.org/wiki/Stati_per_densità_di_popolazione

[2] http://www.aidworld.net/news/un-portatile-ogni-bambino-nei-paesi-di-sviluppo-la-scuola-possibile-ai-tempi-di-internet

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