Appunti di Viaggio – Varsavia, Aleja Jana Pawla II

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Era polacco quel Papa che “veniva di lontano” e che di straforo finanziava il sindacato di Lech Walesa, Solidarnosc, per resistere a Jaruzelski e al comunismo. E a Varsavia, il viale che gli è stato dedicato, è il simbolo dei contrasti della storia recente di questo Paese.

A due passi dal ghetto ebraico ma già periferia, delle casette colorate e della dolcissima atmosfera di Piazza del Mercato non c’è più niente. A campeggiare, da qui fino alla campagna – quindi, chilometri e chilometri – le cosiddette unità abitative del regime polacco. Casermoni di cemento con all’interno centinaia e centinaia di piccole abitazioni, dai 30 ai 60 metri quadri, dove all’epoca eri fortunato a vivere e oggi vive il sottoproletariato, figlio della mancata integrazione europea e che oggi vota i populisti di Beata Szydlo. Nelle giornate d’inverno sono un tutt’uno col cielo plumbeo, nelle giornate estive – quelle del mio soggiorno – il contrasto che all’inizio avverti, invece, arretra e lascia spazio alla triste constatazione che in fondo è una veduta d’insieme che sta bene.

Sta bene perché racconta decenni di storia, la sofferenza di un popolo e il freddo patito in case con x pezzetti di carbone al giorno da bruciare e il resto coperte e guanti. Questi casermoni, di Aleja Jana Pawla II come di tutta la periferia che inizia due metri dopo le parti turistiche della città, raccontano le cicatrici di una città e, per certi versi, l’abitudine alla sofferenza del popolo polacco.

Ogni tanto, sui balconi, trovi un vaso di coloratissimi fiori. Che sul grigio del cemento risaltano, si stagliano e gridano forte il desiderio di bellezza, di vita e di sorrisi di chi vive in una caserma e in una zona dove, appena fa buio, è meglio che tu sia in casa. Quei fiori nei miei appunti hanno avuto un ruolo importante. Ora che scrivo, e ci ripenso, capisco il perché.

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