Barbe tagliate, burka dati alle fiamme. Ripartiamo da Manbij

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Di

Musulmanadi Jacopo Scarinci

L’immagine, nel mondo super tecnologizzato di oggi, vale da sola decine di editoriali, approfondimenti, studi. L’immagine è immediata, balza all’occhio e ti fa riflettere, ti mette in prima fila davanti all’evento senza l’intermediazione dell’analista, del giornalista, dello studioso. Per questo, in mezzo a tante – troppe – disquisizioni su Islam, musulmani estremisti e moderati e Isis e Califfati sedicenti come che no le immagini che ci arrivano da Manbij, neanche 75 mila abitanti nel nord della Siria, regalano uno spaccato di vita, umanità e presente da ricordare.

Dopo l’offensiva delle cosiddette Forze democratiche siriane che, con l’appoggio degli USA, hanno liberato dal giogo del Califfo questa città, video e immagini si sono incaricati di raccontarci in diretta il ritorno alla vita della popolazione. Persone in lacrime dalla felicità, uomini che si possono finalmente tagliare la barba, donne che, dopo aver dato fuoco ai niqab e ai burka cui erano state obbligate, si fumano felicemente delle sigarette. Il libero arbitrio, il ritorno alla vita, la risposta a tante domande.

In una battaglia di civiltà – non di religione – come quella in cui siamo, ahinoi, coinvolti bisogna partire dalle piccole cose. In queste ore noi, ma soprattutto la popolazione di Manbij, ne abbiamo avuta una neanche tanto piccola. Quindi ripartiamo da quelle barbe tagliate, da quei burka dati alle fiamme, da quella incredibile voglia di libertà così trainante e commovente, innata in qualunque abitante di questa Terra e che, una volta ritrovata, esplode in lacrime, colori, gioia.

Ripartiamo da Manbij.

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