“Ero malata, e ho rischiato che mio marito venisse mandato via. È disumano”

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Questa di Maria, di suo marito e di sua figlia, è la storia di una famiglia che ce l’ha fatta, ma è anche la storia di una persona che nel 2014 ha corso seriamente il rischio di vedere il proprio marito, il padre di sua figlia, allontanato, a causa di motivi economici, per il mancato rinnovo del permesso B. Quando ha letto la denuncia di Manuele Bertoli riguardo ai rimpatri forzati e le disumane divisioni di famiglie solo per ragioni economiche, Maria è saltata sulla sedia. E l’ha fatto perché ha preso coscienza del rischio che ha corso due anni fa, e soprattutto dell’immenso dolore che avrebbe potuto travolgere lei e i suoi cari.

Io sono ticinese doc, nata e cresciuta in Svizzera” ci dice Maria “e nel 2009 mi sono sposata con uno straniero. Lavoravo al 100% all’epoca, ed ero in grado di mantenere la mia famiglia mentre mio marito si occupava della figlia che abbiamo avuto poco dopo, della casa e imparava l’italiano prima e dopo s’iscriveva a un corso universitario della SUPSI”. Solo che a un certo punto, drammatico, è arrivato il fulmine a ciel sereno: “Scopro di avere un tumore, e inizio le cure. Mi abbassano progressivamente la percentuale di occupazione, prima al 90% e in seguito all’80%. Trascorso un anno e mezzo, ho iniziato a fare davvero fatica” continua a raccontarci Maria. “La Lega contro il Cancro mi ha consigliato di rivolgermi al Municipio perché ci aiutasse. Abbiamo così fatto la richiesta di aiuto, perché effettivamente con la mia percentuale e con me in cura era difficile tirare avanti.”

A tutto questo si è aggiunta, nel gennaio 2014, la questione del rinnovo del permesso B di suo marito. E subito la cosa si è fatta strana: “Sì, perché dopo aver inoltrato la domanda non siamo stati convocati dall’Ufficio della Migrazione, ma dalla Polizia cantonale”. Polizia cantonale? E perché? “In effetti pure io ho pensato che fosse strano ma vabbè, niente, ci siamo presentati e lì è iniziato un interrogatorio proprio da terzo grado. Ci hanno chiesto come facevamo a mantenerci con così pochi soldi. Ma noi, all’epoca dell’interrogatorio, non facevamo ancora capo ad alcun aiuto e questo, col senno di poi, ci ha salvati. Chiaro che, ora, ringrazio Dio che nonostante la radioterapia io sia riuscita sempre ad avere la forza di tenermi su: se all’epoca non fossimo riusciti a dimostrare di poterci mantenere cosa sarebbe successo a mio marito, a mia figlia, alla mia famiglia?” Maria è stata bombardata di domande, perché non ci credevano che fosse possibile che una famiglia campasse con così pochi soldi. Alla fine, però, la cosa si è risolta in bene. “Sì, per fortuna a mio marito è stato rinnovato il permesso e io tre mesi dopo, ad aprile, ho ripreso a lavorare a pieno regime tornando gradualmente al 100%”.

Quando Bertoli ha denunciato queste pratiche e voi del GAS avete iniziato ad occuparvene io sono rimasta scioccata, mi è salita l’ansia, sono andata indietro col pensiero e tutto mi è sembrato all’improvviso chiaro. Ho capito il perché della polizia, di tutte quelle domande e il rischio che la mia famiglia ha corso” – continua Maria – “Non ci volevo credere, mi sono sentita male, mi sono chiesta cosa potevamo mai aver fatto di scorretto, di sbagliato. Io ero malata, avevo una figlia di quattro anni e ho rischiato di vedere mio marito allontanato: deve essere un’esperienza terribile, non oso pensare cosa avrei fatto se fosse successo a me”.

Ha avuto fortuna la famiglia di Maria: “se non fossi guarita, se la malattia avesse avuto ancora bisogno di un anno di cure cosa avremmo fatto? Se non avessi avuto la fortuna di tornare a lavorare a pieno ritmo che fine avrebbe fatto mio marito? Io ci penso spesso, e mi sale l’angoscia pure adesso” ci dice, comprensibilmente ancora coinvolta dalla sua storia.

La sua è la storia di una famiglia che ce l’ha fatta, che nel dramma ha comunque avuto fortuna e che ora, con la naturalizzazione del marito, è al sicuro. Ma il pensiero è normale che corra alle famiglie più sfortunate, a quelle che sono già state divise e a quelle che potrebbero esserlo presto. “Mi sono sentita male quando ho letto cosa fanno, davvero. Speriamo che la situazione cambi, si risolva grazie a queste denunce. Non c’è davvero niente di più disumano che immaginare di separare una famiglia”, conclude Maria.

E noi non possiamo che concordare con lei, raccontando la sua storia, denunciando ancora una volta la disumanità di queste pratiche. Maria era malata, e perché ministri della Lega o del PPD dicono “è la legge” ha rischiato seriamente di vedersi smembrare la famiglia, di veder mandato via suo marito, di far vivere la loro bambina senza il padre vicino.

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