I buonisti e i bravisti

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Di

bravidi Daniele Dell’Agnola

Durante l’estate ho conosciuto Luigi Pugn’Allaria, un buonista di vecchio stampo che accoglierebbe tutti con grande entusiasmo, anche se nei suoi occhi traspare la rassegnazione dei perdenti; Pugn’Allaria blatera nei social senza approfondire e senza convincere. Nella vita privata, in tenuta da sub nel giardino della sua villa in riva al lago, si prepara tutti i giorni per sommergere il suo grasso sott’acqua mentre i migranti, suoi ospiti, pregano con le chiappe all’aria sotto una quercia: the speziato e altre delizie sono sempre a disposizione sull’enorme tavolo.

Fa comodo, così, essere buoni. Quando si hanno i soldi.

Ma i buonisti oggi sono perdenti, perché non hanno armi, se non quelle della minoranza che dovrebbe tacere, si dice in giro. Luigi Pugn’Allaria dovrebbe vergognarsi. Ci sono altri poveri da aiutare. I buonisti come lui, dicono, sarebbero da eliminare.

Sulla riva opposta del lago abita un “bravista”, invece. È nominato da tutti (anche se, per decenza, qui, non voglio nominarlo) e rappresenta, con gli altri amici suoi la maggioranza, perché è abilissimo a farsi acclamare. “Bravo!” dice la gente, afferma il popolo.

Il Biondino, il Carlotto, il Grignapoco, il Griso, il Nibbio, il Montanarolo, lo Sfregiato, lo Squinternotto, il Tanabuso, il Tiradritto erano i bravi dei Promessi Sposi, cioè coloro che stavano al servizio dei potenti, braccio armato del Potere. I bravi usavano coprirsi parzialmente il volto. L’origine della parola “bravo” ha a che fare con l’agire criminale, infatti barbărus, selvaggio, pravus, malvagio, brabarus, sono confluiti nella parola “bravo” che oggi porta un’accezione positiva. Nelle Rime burlesche di Berni (e siamo alla fine del Cinquecento) leggiamo di “Bravi, sgherri, barbon, gente bestiale”; la bravata è una spacconata, un discorso spavaldo, che ostenta cioè un’eccessiva sicurezza, eppure i bravi di oggi sono sempre più da ritenersi guerrieri coraggiosi, impetuosi, coloro che hanno capito le paure date dall’invasione dei barbari (migranti e compagnia bella) e che abbatteranno ogni ostacolo, annienteranno il pericolo invasore.

I bravi di oggi, che ho conosciuto in piazza, al grotto, tra la gente, si tramutano in “bravisti” nel momento in cui abilmente si fanno applaudire da una maggioranza indiscutibile con i loro discorsi spavaldi. I “bravisti” chiudono le porte, le frontiere, dichiarano cantieri aperti per l’edificazione di muri e sono abili. “Bravo!” urla il popolo. E spesso i “bravisti” hanno un coro armato di rutti liberi, selvagge e barbare sono le gesta che esplodono come carburante bruciato nei motori della democrazia apparente.

La parola “bravista” non sarà incoraggiata come nuovo termine in uso nella lingua (non sarà un altro petaloso) ma ne approfitto per complimentarmi con quell’allieva che ha saputo spiegarmi questa parola in un suo testo inviatomi durante l’estate, fuoricorso, senza che chiedessi nulla.

Dunque: “Bravo!” ai “bravisti” perché hanno capito che aria tira, anche se le cose, eliminando i “buonisti”, non per forza tendono al bene.

E gli intellettuali, quelli, stanno buoni…

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