La notte di Bolt. Anzi, di Van Niekerk

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Di

Bolt Van Niekerkdi Gherardo Caccia

La scorsa notte mi son svegliato, ho puntato la sveglia poco prima delle 3 e mi sono alzato per godermi la magica notte di Rio. La finale olimpica dei 100m è molto di più di una competizione. Si decreta chi è l’uomo più veloce del mondo, se poi c’è di mezzo un certo Usain Bolt la cosa è tutt’altro che da perdere.

Uno si sveglia alle 3 per vedere Bolt, sì, ma fa in tempo ad ammirare l’impresa di Wayde Van Niekerk, sudafricano. Wayde vince l’oro nei 400m sfracellando il record del mondo che durava da 17 anni e che apparteneva al pendolino texano Micheal Johnson. Una freschezza all’arrivo che sembrava potesse fare un altro giro, mezzo secondo alla medaglia d’argento. Non puoi avere l’atletica nel cuore e non illuminarti di fronte a questo ragazzo di 24 anni.

Poi arriva la finale dei 100m con il solito Bolt show. La gara segue i pronostici: con un tempo del tutto modesto, Bolt entra nella leggenda senza troppo forzare, ma le telecamere e gli obiettivi son tutti per lui. Bolt però non è stupido, e sale la gradinata della zona stampa andando a cercare proprio Van Niekerk. Lo abbraccia. Il glorioso presente al tramonto abbraccia la nuova alba dell’atletica mondiale. I giornalisti purtroppo non sono come Bolt, si parla solo del giamaicano e del suo terzo oro, solo le righe di rito per quel giovane ragazzo sudafricano che ha appena scritto una pagina di storia dell’atletica. Pazienza, forse il tempo saprà dargli ragione. Chissà che a questo punto i due si trovino faccia a faccia nei 200m, chi lo sa.

Appoggio la testa sul cuscino. Mi sono alzato per Usain, mi sono innamorato di Wayde.

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