Minori al confine: le pesanti (e taciute) responsabilità di Gobbi

Di

Bambinidi Daniele Danesi

Ogni giorno decine di minori vengono respinti al confine e rimandati in Italia. Lo riporta il Caffè in un articolo firmato da Patrizia Guenzi, una che sa fare giornalismo e che, quando serve, sa scrivere con la matita affilata.

Simonetta Sommaruga, a capo del Dipartimento di giustizia e polizia, è stata informata della situazione da Cesla Amarelle, consigliera nazionale socialista che la prossima settimana, spalleggiata da altri colleghi, chiederà a Berna di mandare rinforzi alla frontiera di Chiasso, soprattutto specialisti, medici e traduttori che possano assistere i minori non accompagnati.

Tiriamo le somme con calma e analizziamo i fatti che la Guenzi porta a conoscenza: ogni giorno, e nel silenzio generale, decine di minori – tra i quali molti non accompagnati – vengono respinti ai confini svizzeri e bloccati in Italia. Dei consiglieri nazionali hanno informato la ministra Sommaruga e intendono chiedere a Berna di mandare un contingente di specialisti ad assistere queste persone (non rifugiati, non immigrati, non reietti né malcapitati. Persone).

Un dramma umanitario che si consuma sotto gli occhi di tutti e che dovrebbe fare vergognare chiunque, anche chi ha deciso – con un tempismo da fare accartocciare i neuroni – che il vero clou della discussione sociale debba essere il burkini.

Minori non accompagnati e abbandonati a loro stessi sono una manna per qualsiasi malintenzionato e, nonostante gli sforzi fatti dai tanti volontari, il dramma non accenna ad attenuarsi tant’è che, nelle settimane scorse, l’Organizzazione svizzera di aiuto ai rifugiati (Osar) ha chiesto a Berna di conoscere il numero delle persone respinte e i motivi per cui non sono state accolte. A queste domande nessuno ha ancora dato risposta, come non è stato dato seguito a quelle che Paolo Bernasconi ha rivolto a Norman Gobbi.

Cesla Amarelle tiene i toni bassi, riconoscendo che il lavoro delle Guardie di confine è pesante e difficile, ricordando però che chi arriva alla frontiera ha il diritto di essere accompagnato in un centro di accoglienza, come descritto dall’articolo 18 della legge sull’asilo (LAsi) il quale recita: “è considerata domanda d’asilo ogni dichiarazione con cui una persona manifesta di voler ottenere dalla Svizzera una protezione contro le persecuzioni”. Il verbo “manifestare” significa rendere palese e non “dimostrare”, compito che il postulante dovrà assolvere in seguito e, in ogni caso, non significa rispedire al mittente il malcapitato, come fosse un pacco postale.

Ai lati di questo scenario disumano e caratterizzato dalla violazione delle leggi, c’è il menefreghismo di Gobbi che disloca polizia in prossimità delle dogane ma non si preoccupa di fare giungere sul posto anche chi possa dare supporto ai migranti. Tutto in linea con quanto ha detto lui stesso alla SonntagsZeitung: “regime duro e respingimento immediato dei rifugiati”. E la sua è una responsabilità oggettiva perché, sedendo sulla poltrona più alta del Dipartimento delle istituzioni, ha scelto in piena libertà quale linea adottare. Pare che a Gobbi la (sua personalissima) lotta di quartiere tra Ticino e Italia interessi più delle vite umane. Una capacità gli va però riconosciuta, almeno in questo frangente, ossia quella di sapere spostare l’attenzione dell’opinione pubblica su cose meno importanti, come è accaduto ieri nel commentare la dimostrazione, fatta da un gruppetto di giovani, in favore dell’apertura di un corridoio umanitario. Per Gobbi gli slogan (ancora da dimostrare) contro la polizia sono più gravi del motivo per cui la manifestazione ha avuto luogo.

È così che il ministro manipola le coscienze, gridando “al fuoco, al fuoco!” quando lo ritiene più comodo o opportuno. Tanto il capo dei pompieri è lui.

Prontissimo a schierare le forze dell’ordine, meno reattivo a dare una briciola di conforto a minori che hanno pressappoco l’età dei suoi figli. Disumano con i deboli.

La società non è qualcosa di tangibile, è la somma dei problemi che decide di affrontare e risolvere. Mentre 450 persone vivono come animali alla stazione di Como e mentre decine di minori vengono respinti ogni giorno, il primo partito in Ticino sceglie di spalleggiare la questione burkini e di parlare di invasione.

Questo è il meglio che può fare, senza trovare soluzioni e lasciando che i problemi si ingigantiscano, nella speranza che si sgonfino da soli.

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