“Nessuno ha intenzione di costruire un muro”. Berlino, 55 anni dopo

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Di

Berlino murodi Jacopo Scarinci

Nessuno ha intenzione di costruire un muro”, disse Walter Ulbricht, presidente del Consiglio di Stato della Repubblica Democratica Tedesca, il 15 giugno 1961. Esattamente 55 anni fa, invece, Berlino ebbe un risveglio diverso dal solito – benché prevedibile, ormai.

Le immagini crude, lo stupore negli occhi dei berlinesi anticamera della paura. Bernauerstrasse divisa in due, con gli abitanti della parte a Est che saltano giù dalla finestra, provando a centrare i teloni retti dai cittadini dell’Ovest. Uno mancherà il bersaglio, morendo sul colpo. Il famoso soldato orientale che scappa scavalcando il filo spinato a terra. Simbolo pop e allo stesso tempo di morte, il murales del bacio tra Honecker e Breznev e i morti nella Spree, i cambi di guardia dal lato orientale sempre in coppia – per evitare tradimenti – e i tunnel.

Ich bin ein Berliner” disse Kennedy, certo. Perché con Berlino, prima o poi, tutti hanno a che fare.

“Heroes”, la canzone più universalmente nota di David Bowie, è una straziante storia d’amore divisa dal muro. “I, I can remember (I remember) / Standing, by the wall (by the wall) / And the guns, shot above our heads (over our heads) / And we kissed, as though nothing could fall (nothing could fall) / And the shame, was on the other side / Oh, we can beat them, forever and ever / Then we could be heroes, just for one day.” Esattamente come viene raccontato nel libro “Il cielo diviso”, capolavoro di Christa Wolf pubblicato nel 1963, che parla della crisi di coppia che colpisce due fidanzati, Rita rimasta ad Est e Manfred a Berlino ovest.

Con Berlino si sono confrontati gli U2 e Lou Reed, Wim Wenders e fumettisti, Roger Waters e persino David Hasselhof, il bagnino di “Baywatch” che con la (immonda, ma tant’è) canzone “Looking for freedom” nel 1989 divenne simbolo della gioventù tedesca e ancora oggi viene ricordato come una divinità.

Con Berlino si è appena confrontato l’immenso Jonathan Franzen nel suo ultimo libro, “Purity”, parlando della Repubblica del cattivo gusto dove il giovane Andreas Wolf, prima di diventare una celebrità mondiale grazie alla caduta del Muro e a un segreto taciuto, aiuta giovani sbandati prima di sbandarsi a sua volta.

Questa, è la potenza del Muro di Berlino. L’aver messo, su due sponde diverse ma incredibilmente a contatto, storici e cantanti, giornalisti e scrittori di romanzi, analisti geopolitici e attori. E quando cammini per Berlino con una Moleskine in mano e vedi uno Starbucks nella Unter der Linden dove una volta c’erano le parate socialiste, quando alle elezioni nazionali vedi che gli unici Bezirke dove vincono i post comunisti di “Die Linke” sono nella fu Berlino Est, capisci che sei in un posto dove tutto è cambiato ma non cambierà niente, dove ci sono ferite che non si rimargineranno, dove ti capita ancora di alzare lo sguardo e vedere quelle persone saltare dal terzo piano, dove ogni volta che prendi la metro pensi a quanti hanno provato a scavare tunnel sotterranei, dove quando guardi la Spree vicino al Bundestag pensi ai ragazzini morti annegati lì, con le guardie immobili.

Quando guardi Berlino vedi il Ku’damm dove Christiane F. si comprava le dosi, gli “Hansa Studio” a due passi dal muro dove Bowie scrisse due dischi pietre miliari della storia della musica e l’auto con disegnata sopra una donna nuda guidata per la città da Larry Mullen degli U2 nel video di “One”.

Perché, in fin dei conti, anche oggi vale quello che dice Marion nel film di Wenders “Il cielo sopra Berlino”: “Berlino: qui sono straniera e tuttavia è tutto così familiare. In ogni caso non ci si può perdere: s’arriva sempre al muro.

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