Per Dillena siamo tutti buonisti ipocriti

Di

Dillenadi Corrado Mordasini

E noi buonisti, ovvero i seguaci dei diritti umani e della parità di trattamento per tutti, saremmo la causa di una radicalizzazione della società. Dove non si può dire più nulla di “scorretto” senza pagarne lo scotto. Questo perlomeno è il concetto di base che Giancarlo Dillena esprime nel suo editoriale di ieri sul Corriere del Ticino, sintetizzabile in una frase:

“L’impressione è che l’ossessiva censura formale, più che a cambiare le mentalità, serva soprattutto a stendere un velo di buonismo ipocrita e lava-coscienze su situazioni che nella sostanza rimangono spesso opache ed ambigue.”

Questa mancava. Non solo si è buonisti, ma anche ipocriti e lava coscienze. Meglio allora non esserlo. “Negro” e “Frocio” magari saranno termini scorretti, ma se lasci fuoriuscire tutta la tua onestà verbale almeno non sei un buonista ipocrita che si lava la coscienza.

Ci si domanda dove sia vissuto Dillena negli ultimi anni e se faceva qualcosa oltre che dirigere il giornale che oggi lo ha pensionato. Se pensa che questo Ticino sputtanato da 25 anni di leghismo squallido, aggressivo, offensivo e verbalmente violento si sia degradato a causa di buonisti politically correct.

Dillena non fa altro che cercare di sdoganare un concetto che si sta facendo strada ultimamente, cioè questa specie di diritto a eliminare la correttezza e la gentilezza nel nome di una presunta schiettezza (di destra) che non si “nasconderebbe” dietro a false filosofie. Ma Dillena prosegue asserendo che la colpa non è solo dei buonisti, ma anche dei progressisti, che aggredivano politicamente gli avversari:

“Ma c’è anche, in questa dilagante «pruderie» linguistica, un aspetto paradossale. Mentre da una parte ci si affanna a correggere, annacquare, edulcorare le parole, mai come oggi assistiamo – in primis in politica (e non è casuale) – a sussulti di aggressività e rozzezza che vanno esattamente nella direzione opposta. Il fenomeno non è nuovo, per la verità: anche in un non lontano passato chi non seguiva il trend dominante veniva spesso dileggiato e insultato (ricordate l’infamante «fascista!» distribuito a piene mani da certi progressisti?)”

Adesso ditemi se questa, serenamente, non è una mentalità distorta. Quando Dillena parla di rozzezza si riferirà alla Lega no? Macché, anche qui sarebbero i “rossi” di un non lontano passato ad aver acceso la miccia del turpiloquio parlamentare e politico. Non stiamo qui nemmeno a commentare. Ci basterebbe ricordare certi siparietti di Giuliano Bignasca, o di Attilio (“Ti spacco la faccia” riferito a Pronzini) o i vaffanculo di Pantani al presidente del Gran consiglio.

Alla fine non si capisce dove Dillena voglia andare a parare: è contro la rozzezza nel far politica o contro il politically correct? Una cosa so. Non è la persona più indicata per dare consigli a chicchessia uno che fino a ieri puliva ubbidiente i pavimenti del giornale di maggioranza, che definire “indipendente” sarebbe, questo sì, troppo politically correct.

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