Racconti Olimpici: Carl Lewis, un salto oltre la leggenda

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Di

lewis carldi Gherardo Caccia

Quando è una vita che fai atletica è difficile smettere, perché nell’atletica più che in ogni altro sport il limite non è l’avversario, il limite sei tu e superare il limite vuol dire migliorarsi, sempre. E quindi, se arrivi a 34 anni, inizi a vedere attorno a te ragazzi che nascevano mentre tu già mangiavi tartan a colazione. Se poi ti chiami Carl Lewis, quegli aitanti ventenni hanno incominciato a fare atletica seguendo il tuo mito.

Questo era lo stato delle cose nel 1996. Carl Lewis ha 35 anni, ma ha ancora voglia di superare quel limite. È arrivato terzo nel salto in lungo ai campionati americani, i famosi trials, e ha staccato per la quarta volta il biglietto per le Olimpiadi, quelle del 1996 ad Atlanta. Non poteva mancare quelle Olimpiadi giocate in casa, i Giochi del centenario. Il suo fisico non gli permetteva più di buttarsi sullo sprint, già 4 anni prima a Barcellona aveva rinunciato a tale impresa concentrandosi sul salto in lungo e centrando il suo terzo oro consecutivo. Atlanta, a detta degli esperti, è il giro d’onore per Carl Lewis, nessuna aspettativa, solo un doveroso saluto ad una leggenda dello sport. Alla cerimonia d’apertura dei Giochi, infatti, Lewis sfila tra le leggende olimpiche con i suoi 8 ori in carriera, insieme ai vari Mark Spitz, Nadia Comaneci e tutta una serie di signori brizzolati e sovrappeso che ormai allo sport avevano dato tutto quello che potevano. Un momento di gloria, quasi un amarcord per ricordare i bei tempi andati. Ma Carl Lewis, a differenza loro, ha ancora una gara da disputare.

Quella sera ad Atlanta tira un vento trasversale che dà fastidio durante la rincorsa e il salto ne potrebbe risentire, non è quindi serata da grandi misure alla pedana del salto in lungo. Il 35enne Carl Lewis è al terzo salto, ha solo un 7,93 del primo tentativo, dopo aver steccato il secondo, non abbastanza per entrare in finale. Può finire qui, un giro d’onore e tutti contenti, tutti, tranne lui, che piazza un 8 metri e 29 ed entra a gomitate in finale.

In finale arriva a disputare l’ultimo salto con un terzo posto quasi in tasca, ma non ancora assicurato. Un salto per superare ancora una volta quel limite, fatto di due gambe, due braccia, una testa e un cuore: quel limite con cui lotti da sempre e che anche stasera, più che non mai, ti sfida. Parte la rincorsa, che è uguale dal 1984, da quel primo salto nella gloria olimpica a Los Angeles. Spicca il volo e va, oltre agli 8 metri, oltre agli 8,30… arriva agli 8m e 50. Quella sera, dove si fatica a far risultato, gli 8 e 50 non li ha ancora toccati nessuno. Carl Lewis è primo e mette una pressione pazzesca a tutti coloro che dovranno saltare dopo di lui. Mike Powell, suo storico rivale, è talmente teso che nel suo ultimo salto, al momento di staccare e cercare di scardinare Lewis dal gradino più alto, si infortuna gravemente all’adduttore e finisce con la faccia nella sabbia, tra le lacrime di dolore. Carl Lewis è medaglia d’oro, ancora, per la quarta volta nella storia.

Lewis non ha più 35 anni, togliamone pure una trentina, salta di gioia, prende un sacchetto e tra le lacrime raccoglie la sabbia della pedana, per portarsela a casa, come un bambino al mare. La premiazione è un tripudio di emozioni: l’inno, la bandiera, la medaglia, il giro d’onore di una leggenda, con una medaglia d’oro al collo.

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