Racconti Olimpici: La foto con l’uomo bianco

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La ricordate tutti quella foto scattata ai Giochi di Città del Messico nel 1968? Sì, quella dove due afroamericani a piedi nudi alzano il pugno coperto da un guanto nero in segno di protesta contro le discriminazioni razziali. È un’immagine che fa parte della memoria collettiva.

I due sono Tommie Smith e John Carlos, ai quali furono immediatamente ritirate le medaglie dalla delegazione USA. Un gesto simbolico fortissimo il loro, per rivendicare la tutela dei diritti delle popolazioni afroamericane in un anno di tragedie come la morte di Martin Luther King e Bob Kennedy. È la foto del gesto storico di due uomini di colore. Ma in quella foto c’è un uomo bianco, di cui poco si parla, anzi, il più delle volte lo si tende ad escludere da quell’immagine. Si chiamava Peter Norman, era australiano e arrivò alla finale dei 200 metri dopo aver corso un fantastico 20.22 in semifinale. Solo i due americani Tommie “The Jet” Smith e John Carlos avevano fatto meglio: 20.14 il primo e 20.12 il secondo. La vittoria si sarebbe decisa tra loro due, Norman era uno sconosciuto cui giravano bene le cose. Arrivò la finale e l’outsider Peter Norman fece la gara della vita, migliorandosi ancora. Chiuse in 20.06, sua prestazione migliore di sempre e record australiano. Ma quel record non bastò, perché Tommie Smith era davvero “The Jet” e rispose con il record del mondo. Abbatté il muro dei venti secondi, primo uomo della storia, chiudendo in 19.82 e prendendosi l’oro. John Carlos arrivò terzo di un soffio, dietro la sorpresa Norman, unico bianco in mezzo ai fuoriclasse di colore. Fu una gara bellissima, insomma.

Eppure quella gara non sarà mai ricordata quanto la sua premiazione. Non passò molto dalla fine della corsa perché si capisse che sarebbe successo qualcosa di forte, di inaudito, al momento di salire sul podio. Smith e Carlos avevano deciso di portare davanti al mondo intero la loro lotta per i diritti umani. Norman era un bianco e veniva dall’Australia, un paese che aveva leggi di apartheid dure quasi come quelle sudafricane. Smith e Carlos avevano deciso di salire sul podio portando al petto uno stemma del Progetto Olimpico per i Diritti Umani, un movimento di atleti solidali con le battaglie di uguaglianza.

“Io credo in quello in cui credete voi. Avete uno di quelli anche per me?“ chiese Norman indicando lo stemma del Progetto per i Diritti Umani sul petto degli altri due. “Così posso mostrare la mia solidarietà alla vostra causa”. I tre uscirono sul campo e salirono sul podio: il resto è passato alla storia, con la potenza di quella foto. Norman fu un atleta dimenticato, anzi, cancellato. Prima di tutto dal suo paese, l’Australia. Quattro anni dopo Messico 1968, in occasione delle Olimpiadi di Monaco, Norman non fu convocato nella squadra di velocisti australiani, pur avendo corso per ben 13 volte sotto il tempo di qualificazione dei 200 metri e per 5 sotto quello dei 100. Per questa delusione, lasciò l’atletica agonistica, continuando a correre a livello amatoriale. In patria, nell’Australia bianca che voleva resistere al cambiamento, fu trattato come un reietto, la famiglia screditata, il lavoro quasi impossibile da trovare. Fece l’insegnante di ginnastica, continuò le sua battaglie come sindacalista e lavorò saltuariamente in una macelleria. Un infortunio gli causò una grave cancrena e incorse in problemi di depressione e alcolismo. Come disse John Carlos “Se a noi due ci presero a calci nel culo a turno, Peter affrontò un paese intero e soffrì da solo”. Per anni Norman ebbe una sola possibilità di salvarsi: fu invitato a condannare il gesto dei suoi colleghi Tommie Smith e John Carlos, in cambio di un perdono da parte del sistema che lo aveva ostracizzato. Un perdono che gli avrebbe permesso di trovare un lavoro fisso tramite il comitato olimpico australiano ed essere parte dell’organizzazione delle Olimpiadi di Sidney 2000. Ma lui non mollò e non condannò mai la scelta dei due americani.

Norman morì improvvisamente per un attacco cardiaco nel 2006, senza che il suo paese lo avesse mai riabilitato. Al funerale Tommie Smith e John Carlos, amici di Norman da quel lontano 1968, ne portarono la bara sulle spalle, salutandolo come un eroe. Solo nel 2012 il parlamento australiano ha approvato una tardiva dichiarazione per scusarsi con Peter Norman e riabilitarlo alla storia. Ma, forse, le parole che ricordano meglio di tutti Peter Norman sono quelle semplici eppure definitive con cui lui stesso spiegò le ragioni del suo gesto, in occasione del film documentario “Salute”, girato dal nipote Matt. “Non vedevo il perché un uomo nero non potesse bere la stessa acqua da una fontana, prendere lo stesso pullman o andare alla stessa scuola di un uomo bianco. Era un’ingiustizia sociale per la qualche nulla potevo fare da dove ero, ma certamente io la detestavo. È stato detto che condividere il mio argento con tutto quello che era successo ha oscurato la mia performance. Invece è il contrario. Lo devo confessare: io sono stato piuttosto fiero di farne parte”.

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