Reportage: A Como cosa ne pensano dei migranti in stazione?

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Di

Comodi Jacopo Scarinci

«Ero forestiero e mi avete ospitato» Matteo 25, 35

Mentre ero al parco della stazione di Como (leggi qui la prima parte), guardavo i bus e le automobili che scorrevano fuori, lungo la strada. Osservavo gente passare, buttare uno sguardo. Un ragazzo ha fatto due tiri a basket assieme agli ospiti del parco, altri hanno filato dritto. Mi sono detto che in fondo una città la fa chi ci abita, e che quindi valesse la pena cercare di capire quale fosse il sentimento, l’opinione dei comaschi.

Il primo tentativo è stato un fiasco totale. “Scusi sono un giorn…” “Non ho soldi!”. Non mi sono perso d’animo, e all’edicola della stazione, comprando un quotidiano locale, ho fatto due chiacchiere con Antonio, da 15 anni titolare di quella rivendita. Ci va giù duro, non c’è che dire. Uno schifo qui, un macello lì. E in mezzo a tanto livore, tira in ballo anche una caserma vuota lì a Como, che potrebbe essere utilizzata e invece il sindaco e i politici comaschi si tengono “i profughi” davanti alla porta della città. Iniziando a capire di che tenore potrebbe essere il mio pomeriggio, ringrazio e uscendo dall’edicola leggo il sommario in prima de La Provincia appena acquistata: “Sulla collocazione della struttura (di accoglienza dei migranti) al momento ci sono solo ipotesi. Sembra sfumata quella di utilizzare la ex caserma De Cristoforis a meno di un intervento governativo”. Eh già. Quello che forse il giornalaio non sapeva è che l’uso delle caserme, o ex che siano, non lo decide il sindaco ma il Ministero dell’Interno. Vabbè.

Via Garibaldi è una strada incantevole, poetica. Ricorda la Milano di Porta Ticinese, le decorazioni dei palazzi abbelliscono l’inizio del salotto comasco che proseguirà poi verso piazza Volta e piazza Cavour. In Via Garibaldi scorgo una caffetteria con in vetrina un campionario di gattini da far impallidire: tazze, tazzine, piatti, stoffe, formine. Un’oasi felina. Cinicamente mi chiedo se anche nel reale esiste il teorema di Facebook: gattini e ignoranza, gattini e razzismo, gattini e affondino i barconi. Rita, la gerente del bar, e la sua amica effettivamente ne hanno per tutti: per la Svizzera che non accetta i profughi, per l’Italia corrotta, per Renzi, per il governo, per il sindaco. Scorgo dietro al bancone un adesivo elettorale del loro candidato per l’anno prossimo, assieme alla scritta “Lucini vattene”. Lucini è il sindaco attuale. Chiedo quindi se secondo loro sia colpa di questo Lucini: “No, che può fare il sindaco… Non c’è nessuno che prende posizione”. Escluse loro ovviamente. Il campionario di qualunquismo raggiunge vette non indifferenti. Si passa dal fatto che i loro nonni presero il fucile e lottarono mentre invece questi ragazzi “in ottima salute” se la danno a gambe dalla guerra – come osano –, si arriva al “con questo terrorismo qui non capiamo più niente”. Sì, c’ero arrivato. Sociologicamente ormai dentro la conversazione, gioco il jolly: ma a voi hanno mai dato fastidio? “No no, al massimo ne vediamo passare un paio ogni tanto che si comprano da mangiare”. Appoggio due monete da un euro non sapendo quanto costasse il mio caffè, mi prendo un “mica siamo in Svizzera, qui il caffè costa un euro”, saluto e vado verso piazza Volta. Qui faccio due chiacchiere con Aisha, una ciarliera signora marocchina, più sui 50 che sui 40, col fazzoletto in testa. Le dispiace, dice. Le dispiace un sacco e si sente fortunata ad avere una casa, un marito, vestiti puliti.

L’impressione girando per le stradine del centro, ma anche dove c’è più vita come appunto in piazza Volta con i suoi ristoranti con i tavoli esterni pieni di turisti, è che Como sia una città chiusa, poco avvezza alla socialità, con schemi rigidi, mentali soprattutto. La conferma di ciò, me la dà Andrea, gestore di un negozio di telefonia. Ha 45 anni o giù di lì, e di Como dice peste e corna. È ancora incazzato nero perché nonostante gli assist gratuiti di George Clooney Como ha perso il treno di Expo, ma soprattutto perché è una città dove non c’è assolutamente nulla. Grazie a lui scopro che Como città, il centro insomma, conta 25 mila abitanti: ai più di 80 mila si arriva coi quartieri esterni. E sempre grazie a lui scopro come in quei 25 mila abitanti ci siano grossomodo le stesse famiglie, legate tra di loro col sangue o con gli affari, con l’utile o con il favore. Chiaro come in questo bel quadretto una barista Rita incazzata col mondo trovi perfettamente il suo posto, anche se Andrea ci tiene a dire che per lui questa non sia affatto un’emergenza. Mi racconta che il suo è il primo negozio di telefonia partendo dalla stazione andando verso il centro, e come alcuni dei migranti ospiti nel parco vicino alla ferrovia siano entrati accompagnati a comprare degli auricolari o altri prodotti, e siano sempre stati gentilissimi e molto educati. Mi racconta che per il suo carattere e la sua forma mentis, Como non era assolutamente pronta a una situazione come questa. Non era pronta la politica, non erano pronti i comaschi, non erano pronte le élite cittadine né tantomeno le poche, sparute associazioni culturali. Augura il meglio a tutti Andrea, loquace e disponibile a spiegarmi in neanche venti minuti la storia di una città. Speriamo.

Como insomma è una cittadina su più livelli, milanese ma provinciale, senza vita sociale e impossibile da vivere: si viaggia tra gli 8 e i 9 mila euro al metro quadro, se vuoi comprar casa lì. Mezzo milione di euro per un bilocale, traduzione. È una città dove trovi turisti tedeschi manco fosse Lanzarote e bandiere della Lega Nord appese ai balconi, dove governa un sindaco del PD ma l’animo è profondamente salviniano. Però forse, più semplicemente, Como è proprio quella che mi ha descritto Andrea: una città che non era pronta, perché mai prima d’ora si è sentita confrontata con una situazione così.

Ma Como, soprattutto, ha una signora come Luciana che ha 78 anni, è piena di dolori, gira col bastone e ogni giorno prende l’autobus per andare al parco della stazione ad aiutare l’Associazione Firdaus. Stampa i fogli necessari per i ricongiungimenti famigliari, censisce i nuovi arrivi seduta sulla sua seggiolina da campeggio. I suoi occhi, la sua solidarietà raccontano una Como nascosta, non appariscente, silenziosa ma che forse c’è davvero.

Finire il mio viaggio trovando Luciana ancora lì, sulla sua seggiolina, al mio ritorno al parco è stato bello.

(2. fine)

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