Reportage: La giungla della stazione di Como

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Sotto un cielo bianco di afa e umidità, sono l’unico a scendere a Como dal deserto treno che collega Chiasso e Milano. Mi giro sulla sinistra e il caso, o chiamatelo come volete, si incarica di definire la realtà e di presentarla. Al binario 1, sotto al cartellone “Deposito bagagli”, ci sono alcune persone sdraiate, avvolte in lenzuola e coperte. Lasciate lì, appunto, come fossero bagagli. Un deposito di anime, vite.

Un po’ più lontano, nel parco appena sotto la stazione, l’umanità invade e coinvolge con la sua forza quieta, ma l’impressione che il deposito bagagli si sia solo spostato un poco più lontano dal primo binario è forte. Respinte dalla Svizzera, bisognerà vedere se con delle ragioni oppure no (sembra la seconda, in molti casi), non volute – e pessimamente gestite – in Italia, in gruppetti sparsi le persone assurte alle cronache di questi giorni sembrano vivere una giornata abbastanza tranquilla. “Sorprendentemente c’è più calma di quella che immaginavo”, mi dice Manuele Bertoli, che trovo in quel parco al mio arrivo. “Una buona cosa, ma allo stesso tempo inquietante: queste sono persone che hanno dovuto imparare ad accettare l’inaccettabile.” C’è anche Lisa Bosia Mirra, con in mano un classeur enorme dove dentro ci sono fotocopie dei documenti di persone che hanno provato a chiedere asilo in Svizzera con alterne fortune, schermate di sms mandati da gente che ce l’ha fatta e le ha scritto: insomma, un vero e proprio diario di bordo. Lei e l’Associazione Firdaus hanno appena finito di servire il pranzo. Riso, pane, una mela.

La mia presenza, discreta ma più che interessata, passa quasi inosservata agli ospiti del parco, fino a quando tiro fuori il mio iPad per correggere spunti e note scritti durante il viaggio da Lugano. Subito mi si avvicina Muste, un vispo ragazzetto di 14 anni, che mi chiede se può prendere in mano l’apparecchio e inizia a guardarsi con la fotocamera. Nei suoi occhi lo stupore, la stranezza e la meraviglia del vedere il suo volto riflesso su uno schermo. Muste è somalo, ha degli amici a Ginevra che lo aspettano. Chissà se riuscirà a raggiungerli, mi chiedo mentre mi prende per mano tutto sorridente e mi guida verso la scala che porta alla stazione. Dove mi vuoi portare, gli domando sorridendo a mia volta. Lui all’improvviso abbassa gli occhi e dice “Fanta”. Ci metto un secondo a capire cosa desiderava, e andiamo insieme al bar della stazione dove gli compro una bottiglietta di aranciata. Se ne beve un sorso felice e beato tornando al parco, dove però Muste non continua a bere dalla sua bottiglietta: la offre a tutti, soprattutto al suo amico Issa, etiope di 22 anni con una grande cicatrice sulla guancia sinistra. La offre anche a Lisa Bosia, a me, a chiunque gli sia attorno. Poi alza le spalle, mi sorride e ne beve un altro bel sorso.

La conferma della normalità del gesto del condividere il poco che si ottiene me la dà Grazia, una volontaria con cui mi sono intrattenuto a chiacchierare un po’: “Non vanno compatiti, non bisogna dirgli ‘poverini’. Hanno un’umanità e una voglia di vivere a noi sconosciute, hanno affrontato viaggi in mare, rischiato la vita per darci la possibilità di aiutarli”. Una volta l’emigrazione era la nostra, dice. Cita il “Restiamo umani” motto di Vittorio Arrigoni, attivista italiano morto a Gaza nel 2011. Spiega come tutto, o molto, passi dal concetto di umanità. Difficile darle torto, guardando una decina di ragazzi tutti sotto ai 20 anni, ma alcuni anche ai 15, giocare a basket dopo aver montato un canestro assurdamente alto su un albero.

Quasi la metà delle persone nel parco sono minori, sono attorno ai 200 stando al censimento dell’altroieri. Molti sono non accompagnati. Di un undicenne si sono perse le tracce. Sul prato vedo due bambini che colorano. Il maschietto ha 3 anni, usa il pennarello magico, e il suo sguardo quando lo passa sul cartone e questo prende colore è lo stesso che probabilmente avevo io all’asilo quando di moda andavano i Power Rangers. Di fianco a lui, una bambina di poco più grande disegna e colora un bel volto femminile con sotto la scritta LOVE. Amore. Tutto quello di cui si ha bisogno, in fondo. Crescerai bene.

Ci sono panni stesi ad asciugare, capannelli di persone che chiacchierano, una vita di comunità che fa un po’ casa di ringhiera milanese e un po’ campeggio d’antan, dove tutto si condivideva e tutto era esperienza, vita. Attorno all’unica fontanella del parco vedo da lontano un viavai di persone, mi incuriosisco e mi avvicino: alcuni si sciacquano, altri bevono, altri ancora lavano i loro vestiti.

Ci sono tanti contrasti in quella che a uno sguardo è un’emergenza umanitaria e a un altro sembra il pomeriggio al parco di famiglie con bambini. È un contrasto che stride come un freno non oliato, un contrasto che lascia da pensare quello di una bimbetta sveglia e allegra che gioca felice a bordo di una macchinina sotto gli occhi dei genitori che hanno lasciato tutto il poco che avevano in Somalia e, ora, tutto quello che hanno è quella bambina che gioca. Nei loro occhi c’era sì tranquillità, ma si avvertivano tanto vissuto, tanta ansia, e il sorriso della loro figlioletta non accelerava solo il battito del loro cuore, ma lo rendeva allo stesso tempo più pesante. Hanno rischiato la vita per darle un futuro, che succederà, dove andranno. Dopo un lungo giro in città che racconterò domani, salendo la scalinata che mi riporta alla stazione sento un tonante e allegro “Heeey! My frieeend! Ciao!”: è Muste che mi saluta. Alzo la mano, e lui torna dai suoi amici.

Il treno parte, e mentre riordino i miei appunti guardo ancora il deposito bagagli. Ci sono un po’ meno persone, un po’ più coperte e cartoni. E c’è ancora, forte, l’impressione che veramente, con persone respinte da una parte e rimpallate dall’altra, la stazione di Como sia un deposito. Un deposito di anime, vite. Ma sempre un deposito.

(1. segue domani)

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